Gli anticorpi? Macché motto, è una purga

L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio dopo la pubblicazione delle motivazioni delle 75 condanne  nell'udienza preliminare di Aemilia celebrata l'aprile scorso a Bologna

REGGIO EMILIA  Nell’immaginario collettivo valpadano la rottura degli argini evoca qualcosa di catastrofico ambientale, una fine del mondo locale. Nell’andare a prestito di questa terminologia idraulica nostrana, il giudice compie un salto di qualità lodevole. Nelle motivazioni della sentenza del processo Aemilia con rito abbreviato, celebrato e concluso a Bologna in aprile, Francesca Zavaglia descrive e analizza in maniera spietata l’infiltrazione della ’ndrangheta nei nostri territori, nei nostri sistemi economici, sociali, politici. È la prova del nove di ciò che abbiamo scritto e descritto nelle ultime stagioni. L’insediamento mafioso nel Reggiano, nell’Emilia Romagna e nelle sue propaggini, è solido, totale. La ricorrente ammissione degli indigeni «non avevamo gli anticorpi» è ad uso solamente salvifico. È una purga. Libera nos a malo.

Perché nel leggere le 1.390 pagine della sentenza si staglia in modo temibile la certezza che l’infiltrazione ha intriso l’argine maestro e quello secondario in ogni direzione, coinvolgendo quasi ogni curva, dosso, contrafforte, golena, fontanazzo...

Vado avanti con la nomenclatura fluviale? No, la giro. Dico che la dottoressa Zavaglia ha sentenziato anche sul nostro agire, su un controllo sociale che è stato d’argilla: “Il sempre più pervasivo livello di penetrazione nella realtà imprenditoriale e il conseguente incremento di consapevolezza dell’incombente presenza della ’ndrangheta a condizionare il quotidiano agire, ha prodotto un ambiente globale, fatto di cutresi ed emiliani, nel quale la modalità mafiosa viene ormai apprezzata in tutta la sua carica, significato e valenza”.

Parole che devono sconvolgere, ancora di più per la solidità dell’anello geografico che il giudice salda con decisione e senza tentennare: “Ambiente globale, fatto di cutresi ed emiliani”.

La riscrivo. Questa affermazione è molto importante, cambia l’orientamento, la convinzione e, se c’è, anche l’anticorpo: cutresi ed emiliani.

Vale a dire che se c’è stata infiltrazione è perché localmente taluni reggiani (molti, troppi e in diversificati apparati) si sono lasciati volentieri o forzatamente infiltrare. Non c’erano argini buoni, generalmente robusti.
Nelle motivazioni si legge che in questa saldatura geomafiosa a fare la parte primaria sono stati i settori, “interi settori”, dell'edilizia e dei trasporti.

Il giudice mette in fila il resto per disegnare una compartecipazione attiva o di silenzi: “Il ceto artigianale e imprenditoriale reggiano fino ai punti di contatto e di rappresentanza mediatico-istituzionale”. Ciò significa che l’intero corpo sociale del territorio reggiano è stato pervaso e sue porzioni si sono affidate o sono passate sotto la gestione e il controllo della ’ndrangheta.

’Ndrangheta che bisogna smettere, una volta per tutte, di immaginare violenta e dialettofona. L’immaginarla calabrese in purezza o cutrese a denominazione di origine controllata è un errore gagliardo, una fissazione neandertaliana. Quella mafia si è evoluta. Lo scrivo: si è reggianizzata. È diventata ’ndrangheta imprenditrice.
La dottoressa Zavaglia dichiara senza incertezze che il dato caratterizzante è “la fuoriuscita dai confini di una microsocietà calabrese insediata in Emilia, all’interno della quale si giocava quasi del tutto la partita, sia quanto gli oppressori che le vittime”. C'è stata dunque un’evoluzione delle specie. Che infatti il giudice definisce “moderna e mimetizzata”. Allora sono avvenute due rotte (è il termine nostrano col quale viene evocato il cedimento dell'argine).

La prima è stata quella della tracimazione del sistema ’ndranghetista dalla sua microsocietà per andare alla conquista degli spazi intorno, molto attraenti, prima per la loro vivacità economica, poi per la debolezza e predabilità scatenate dalla lunga crisi. La seconda è stata quella del cedimento della custodia attiva della convivenza civile, del controllo del territorio: il credere che qui tutto era sano, onesto, laborioso, produttivo e anche ideologico è andato gambe all’aria. Anzi, in acqua, per rimanere in tema.

Le motivazioni del giudice bolognese però riguardano un dettaglio dell’intero quadro: la sentenza del rito abbreviato a cui avevano fatto riscorso 75 imputati.

A Reggio Emilia si sta celebrando il processo Aemilia ordinario che invece chiama a rispondere 147 persone. Prepariamoci ad altre sentenze, a ulteriori motivazioni. A nuovi argini cascanti.