Sull’Atlante delle Mafie, il caso di Salsi e Gibertini

Reggio Emilia: nel quarto volume appena uscito si parla di Aemilia, il docente Enzo Ciconte – esperto di ’ndrangheta – dedica un saggio alla vicenda della tangente-bluff

REGGIO EMILIA. Compaiono un episodio di Aemilia e un imprenditore reggiano, Mirco Salsi, nel saggio di Enzo Ciconte contenuto nel quarto Atlante delle Mafie (un altro saggio è del giornalista sotto scorta Giovanni Tizian), volume appena uscito e presentato la scorsa settimana al Festival di Internazionale a Ferrara, alla presenza dello stesso Ciconte, di Giuseppe Pignatone, procuratore della Repubblica di Roma, e di Enrico Fontana, segretario nazionale Legambiente.

L’episodio è stato al centro di diverse udienze nel settembre scorso del maxiprocesso Aemilia – tra le quali quella in cui testimoniò Enrico Bini –, udienze nelle quali si registrò un acceso botta e risposta tra accusa e difesa. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Salsi pagò una maxi tangente da 1,3 milioni di euro a Maria Rosa Gelmi di Brescia, che si era proposta come persona in grado di fargli ottenere un appalto nella città lombarda: la somma doveva servire a ungere le ruote giuste, vale a dire a corrompere terzi per ottenere quell’appalto sulla distribuzione di cibo nelle carceri. La corruzione non ebbe luogo (secondo Gelmi, perché nel frattempo cambiò la giunta comunale); le millantate conoscenze della Gelmi si rivelarono un bluff, perché, di fronte alla richiesta di Salsi di restituire la somma in quanto l’affare era sfumato, la donna rispose picche, affermando di averli già spesi. A quel punto (era la primavera 2011), Salsi chiese aiuto, tramite l’amico Marco Gibertini, ai cutresi per il recupero crediti: prima Antonio Silipo, poi Nicolino Sarcone (questi ultimi sono già stati condannati per mafia in udienza preliminare a Bologna) dissero che avrebbero risolto il problema, in cambio di un 25% della somma – cioè 251mila euro sotto forma di fatture false –, per le “spese”. Ma è a questo punto del beffardo “affaire” che, oltre al danno, per Salsi subentrò la beffa: perché la donna, spaventata dalla visita dei cutresi a suo padre e da telefonate minacciose, fece una cosa geniale nella sua banalità: cambiò casa e paese, i sodali non riuscirono più a rintracciarla e il recupero crediti si tradusse in un nulla di fatto, nonostante i 251mila euro versati dall’imprenditore (ora trasformatosi in vittima, infatti poco dopo denunciò) a Silipo.

«Ho messo al centro del mio saggio questo episodio perché, a mio avviso, è paradigmatico – commenta Ciconte – paradigmatico di come per una parte dell’imprenditoria reggiana diventi normale rivolgersi agli ’ndranghetisti per risolvere un problema, ma anche emblematica di come la cosca al nord non abbia il controllo del territorio: in Sicilia o in Calabria, avrebbero ritrovato la donna. In Emilia la ’ndrangheta non è così onnipotente».