’Ndrangheta, il diktat del clan: «Cedi le tue quote del ristorante»

L’imputato Brescia chiese aiuto a Cortese, uomo di Grande Aracri, per sbarazzarsi del socio del locale “Antichi Sapori”

REGGIO EMILIA. «Cedi le quote del ristorante alle condizioni che ora ti verranno spiegate». Siamo nel 2005, forse il 2004, all’esterno del ristorante “La Fontana” a Cella. Il dialogo si svolge su una Bmw nera. Il destinatario di questo messaggio è Vincenzo Petrolo, allora titolare del locale di Cella e da pochi mesi socio con Pasquale Brescia degli “Antichi Sapori” a Gaida, il ristorante poi finito sotto i riflettori per la famigerata cena del 2012.

Sulla Bmw nera c’è Pasquale Brescia (l’imputato di Aemilia poi indagato, in concorso con il suo ex legale, per la lettera scritta dal carcere al sindaco Luca Vecchi), che è quello che deve esplicitare le condizioni per la cessione delle quote mentre a dare il consiglio, senza presentarsi, è Angelo Salvatore Cortese, il cutrese esponente di spicco prima, negli anni ’90, del clan Dragone, e poi passato ai Grande Aracri, come lui stesso ha confessato quando, dopo essere stato arrestato nel 2007 ha iniziato a collaborare con la giustizia.

Petrolo e Brescia in quei mesi avevano comprato tramite, rispettivamente, la fidanzata e la moglie le mura degli Antichi Sapori. «Ma dopo tre mesi le nostre donne bisticciarono - ha ricordato ieri Petrolo in aula- e così decisi di uscire dalla società». E qui sorsero i problemi perché i due non si accordavano sulle modalità di cessione delle quote.

«Una sera ero nel mio ristorante La Fontana - ha ricordato Petrolo -. A un tavolo c’era un signore, che poi mi fu detto da un calabrese che era Cortese, che io non sapevo chi fosse, l’ho saputo solo anni dopo. Venne Brescia e mi chiese di uscire. Andai fuori e mi fecero salire su una Bmw nera». E lì Cortese gli disse di accettare le condizioni che poi Brescia spiegò: cedere le quote in cambio di cambiali per 250mila euro, senza contanti.

Il ristoratore ha detto di non essersi sentito spaventato dal colloquio sull’auto. «Gli dissi poi il giorno dopo che queste cose tra imprenditori non si fanno». Ai carabinieri, quando fu ascoltato a distanza di molto tempo, l’uomo aveva però detto che il tono del cutrese era aggressivo.

Il ristoratore dopo il consiglio di Cortese parlò con la sua banca che gli disse di accettare le cambiali ma di farsi togliere le firme di garanzia. Subito dopo si accordò con Brescia nonostante credesse di aver diritto ad almeno 30mila euro in più per l’avviamento del locale, che guadagnava già 70mila euro al mese. «Ma alla fine accettai l’accordo, come ci si può tagliare un dito invece della mano, per togliermi un peso dallo stomaco perché non ci dormivo da mesi».

Dopo quell’episodio i due ex soci non si parlarono più per cinque anni. Fino a quando un amico lo invitò a una festa e gli fece una “sorpresa”: «Alla festa c’era Brescia e da allora non abbiamo più avuto problemi».

In aula si è parlato anche di un’altra vicenda che ha riguardato Petrola: la tentata estorsione da parte del cutrese Roberto Turrà (già condannato in primo grado a Bologna con rito abbreviato). Turrà avrebbe fatto pressioni per ottenere, senza successo, l’affidamento dei lavori di ristrutturazione del locale “Villa Cupido” di Cella. In quel periodo, siamo nel 2012, Turrà si recava nel ristorante, frequentato da molti calabresi, e talvolta cenava senza pagare. Arrivò persino a chiedergli un prestito, che l’imprenditore non gli concesse.