«La Spadoni fu minacciata ma la mafia non c’entra»

La Corte ridimensiona quanto accadde alla deputata dopo il comizio sull’acqua Tre mesi a Lerose, la difesa: «Soddisfatti». L’onorevole del M5S: «Fatta giustizia»

REGGIO EMILIA. È stata presa a picconate ieri dalla Corte – presieduta da Dario De Luca, giudici a latere Alessandra Cardarelli e Luca Ramponi – l’inchiesta dell’Antimafia di Bologna sull’episodio avvenuto in piazza Martiri del 7 Luglio il 18 ottobre del 2014, dopo l’incontro pubblico sull’acqua organizzato dal Movimento 5 Stelle.

In quella occasione la deputata pentastellata Maria Edera Spadoni parlò di Brescello, chiedendo le dimissioni dell’allora sindaco Marcello Coffrini per le parole su Francesco Grande Aracri ai microfoni di Cortocircuito e al termine del comizio la parlamentare ha raccontato di essere stata avvicinata da tre calabresi e uno di loro le aveva detto: «Lei Grande Aracri non lo deve neanche nominare». Da qui l’accusa per il 58enne Domenico Lerose di tentata violenza privata, aggravata dal metodo mafioso.

Un caso, quindi, piuttosto delicato che si è però sgonfiato ieri nel tardo pomeriggio con la sentenza che ha derubricato il reato in minaccia (aggravata perché rivolta a pubblico ufficiale) e soprattutto ha fatto cadere l’aggravante del metodo mafioso. Un ridimensionamento dell’episodio che ha portato alla condanna a “soli” tre mesi di reclusione (pena sospesa) per l’imputato, oltre al pagamento di un risarcimento-danni di 500 euro alla parlamentare reggiana costituitasi parte civile tramite l’avvocato bolognese Giulio Cristofori.

Soddisfatta a fine-udienza l’avvocatessa Francesca Frontera che difende Lerose. Nella sua arringa il legale (chiedendo l’assoluzione del suo assistito, apparso piuttosto teso e provato dalla situazione che stava vivendo in tribunale) ha rimarcato come la frase “incriminata” non era poi così netta («È stata estrapolata da un concetto più ampio, frutto di una discussione di nove minuti fra la deputata e tre persone semplici che hanno espresso le loro idee e l’hanno poi salutata stringendole la mano»), andando poi all’attacco dell’identificazione di Lerose come quello dei tre che pronunciò la frase («Un testimone ha indicato un’altra persona, la stessa Spadoni ha indicato una persona più alta dell’imputato: c’è un’evidente discrepanza»), per finire soprattutto con l’aggravante mafiosa: «Lerose non ha certo avuto una condotta per agevolare l’associazione mafiosa, quell’aggravante va dichiarata decaduta».

Di diverso avviso il pm antimafia Francesco Caleca che ha chiesto, in precedenza, una condanna a 2 anni e 3 mesi di reclusione per Lerose, parlando di comportamento intimidatorio con la consapevolezza di rivolgersi ad un parlamentare e alla sua connessa attività politica «dicendole di non occuparsi più di fatti di criminalità mafiosa a Reggio».

Il pm aggiunge che in quella discussione saltò fuori «anche una colorita volgarità nei confronti del prefetto De Miro perché c’era insofferenza per le intedittive antimafia che stava emettendo», sottolineando pure il rapporto di parentela di Lerose con i Grande Aracri.

In serata, con una nota, la deputata Spadoni commenta lapidaria: «Mi ritengo soddisfatta della sentenza che fa giustizia di un episodio inqualificabile che non deve mai più accadere in un territorio che vogliamo libero dalle mafie e in una città che tra l'altro è Medaglia d'oro alla Resistenza. Fare nomi e cognomi di condannati per mafia non deve più fare paura. La ’ndrangheta è una montagna di merda!».

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