Operazione “zarina”, sette condanne

Cade l’aggravante mafiosa: sette anni e otto mesi a Michele Pugliese, ritenuto il regista delle operazioni di riciclaggio

REGGIO EMILIA. Alla fine le condanne nel processo nato dall’operazione “zarina”, che aveva portato alla luce una vasta attività di riciclaggio in Emilia, tramite società intestate a prestanome e attive nei settori dell’autotrasporto e nel movimento terra, sono arrivate per quasi tutti gli imputati. Ma le richieste del pm di Bologna Francesco Caleca, che chiedeva pene fino a 16 anni per reimpiego di capitali di provenienza illecita e intestazione fittizia di beni, sono state ridimensionate dai giudici di primo grado, e soprattutto non è stata riconosciuta l'aggravante di aver agito per agevolare un’associazione mafiosa, per la precisione le cosche crotonesi della ’ndrangheta.

Per il 40enne Michele Pugliese, detto “la papera”, ritenuto il regista delle operazioni illecite (arrestato nel 2010 a Santa Vittoria di Gualtieri nell’operazione Pandora), è dunque arrivata una condanna a sette anni e otto mesi, mentre Caleca ne aveva chiesti ben 16. Pena ridotta anche per l’ex compagna di Pugliese, Caterina Tipaldi, la “zarina”, che secondo gli inquirenti manteneva, per conto di Pugliese, i contatti con i prestanome nel territorio emiliano quando l’ex compagno venne arrestato nel 2010. Per lei, a fronte di una richiesta di nove anni, è arrivata una condanna a tre anni e due mesi.

Tre anni e due mesi, invece degli otto anni e sei mesi chiesti dal pm, anche per Mirco Pugliese. Anche Giuseppe Ranieri ottiene uno sconto: i giudici lo hanno infatti condannato a sei anni e 10 mesi, anziché agli otto chiesti dall’accusa. Tre anni e quattro mesi e un anno e quattro mesi, rispettivamente, per Doriana e Vittoria Pugliese (l’accusa chiedeva otto anni e sei mesi), mentre per Carmela Faustini (madre di Michele Pugliese), per cui la richiesta era sempre di otto anni e mezzo, la pena è di due anni. Assolta, infine, Mery Pugliese: anche per lei l’accusa chiedeva otto anni e mezzo di carcere

L’operazione “zarina” ha riguardato la “Autotrasporti emiliana inerti srl unipersonale” (con sede operativa a Gualtieri e sede legale ad Isola Capo Rizzuto), il cui amministratore unico era Federico Periti, che risiedeva a Montecchio.

Per gli investigatori, a gestirla era in realtà Michele Pugliese, che aveva sottratto beni al sequestro preventivo dell’operazione Pandora intestandoli ad altre persone.

Nel marzo 2015 c’erano state cinque condanne in abbreviato: la più pesante per il 50enne Vito Muto (5 anni e 2 mesi), mentre alla moglie 45enne Anna La Face (la coppia viveva a Guastalla) era andata meglio, con 2 anni di carcere.

Per Periti, la condanna a quattro anni, così come per Diego Tarantino (che era domiciliato a Santa Vittoria). Due anni invece per Salvatore Mungo, residente a Santa Vittoria.