Salsi e la tangente poi chiama il clan

Aemilia: per la Dda pagò un milione, ma sparì l’affare e i soldi Poi l’ingaggio della cosca, ma per la difesa è solo una vittima

REGGIO EMILIA. Quando la ’ndrangheta – con i suoi metodi violenti – viene preferita alle carte bollate per riscuotere un maxi credito.

E che al clan si rivolga nientemeno che un imprenditore reggiano noto come Mirco Salsi (ai tempi di questa vicenda titolare della Reggiana Gourmet) è per l’accusa un “nodo” non indifferente dell’inchiesta Aemilia per dimostrare quanto siano profonde le ramificazioni mafiose sul territorio.

La puntigliosità con cui ieri mattina – nell’aula bunker – è stato interrogato (dal pm antimafia Marco Mescolini) e controinterrogato (dall’avvocato Noris Bucchi che difende l’imprenditore) il capitano Giovanni Mura (in forza ai carabinieri di Parma) che ha indagato, la dice lunga sull’importanza della vicenda snodatasi fra i primi mesi del 2011 e almeno sino al giugno 2012. Il testimone parte da un risvolto non indifferente: «Salsi aveva consegnato un’ingente somma (1.332.000 euro) a Maria Rosa Gelmi di Brescia affinché lo favorisse relativamente agli appalti sulla distribuzione di cibo nelle mense di alcune carceri italiane». L’affare sfuma e quei soldi dati come tangente non vengono restituiti. Per la Dda l’imprenditore si rivolge all’amico Marco Gibertini (a cui ha fatto ingenti prestiti, come risulta dalla documentazione sequestrata a Salsi) che a sua volta gli consiglia di affidarsi per il recupero del credito ad Antonio Silipo, che significa mettersi nelle mani della criminalità organizzata. Come ricostruisce il capitano Mura, dopo un incontro a tre in una sorta di conferimento d’incarico, Gibertini scrive in un sms a Silipo: «Mirco Salsi è ufficialmente innamorato di te». Messaggio in codice – linguaggio spesso usato, come si desume dalle intercettazioni – che mette in movimento Silipo, non prima d’aver regalato a Salsi sopressata e salamelle calabresi... Silipo informa di ogni mossa Nicolino Sarcone, inoltre coinvolge Vincenzo Ferraro e Mario Calesse che mettono sotto pressione la Gelmi, ma senza ottenere granché (lei prima con i genitori si trasferisce a casa del compagno, poi farà denuncia). Intanto a Salsi per il “lavoro” vengono chiesti soldi su soldi: subito 50mila euro, poi altri 300mila euro attraverso delle fatture per lavori inesistenti emesse dalla Trasporti Silipo nei confronti della Reggiana Gourmet.. A Salsi gli rifilano assegni per 750mila euro (risultati con firma falsa) e quando continuano a chiedergli soldi, va a Reggio dalla squadra mobile e fa denuncia.

Prima carnefice poi vittima per l’accusa. Di diverso avviso il difensore Bucchi che con una serie di domande mirate fa puntualizzare al capitano Mura che la Gelmi ha precedenti per truffa, ma anche che è Gibertini «a fare una precisa scelta di campo, avvicinandosi alla ’ndrangheta» e soprattutto «che Silipo e Gibertini si incontravano prima per concordare poi cosa dire a Salsi». Per la difesa in questa tentata estorsione Salsi è solo una vittima.