Gli imprenditori emiliani e i servizi della mafia spa

REGGIO EMILIA. Un credito difficile da riscuotere? Una segretaria che non vuole tornare a lavorare in ufficio e si teme possa fare causa? Alcuni imprenditori emiliani per risolvere questi problemi...

REGGIO EMILIA. Un credito difficile da riscuotere? Una segretaria che non vuole tornare a lavorare in ufficio e si teme possa fare causa?

Alcuni imprenditori emiliani per risolvere questi problemi pare non abbiano scelto le strade consuete. Per appianare questioni economiche o contenziosi di lavoro si sono rivolti ad alcuni calabresi che oggi sono imputati, insieme a loro, nel processo Aemilia.

Nell’udienza di mercoledì scorso si è parlato dell’imprenditore modenese Gino Gibertini, imputato per estorsione con l’aggravante del metodo mafioso in concorso con i cutresi Nicolino Sarcone e Antonio Silipo, già condannati con rito abbreviato a Bologna rispettivamente a 15 e 14 anni. Il modenese vantava un credito di 51mila euro nei confronti di un artigiano di Castellarano, Renzo Melchiorri, che versava in gravi condizioni economiche e si era già visto pignorare la casa di Toano. Dopo una prima ingiunzione di pagamento il credito fu ceduto da Gibertini a Silipo. In aula l’artigiano reggiano ha negato di essere stato minacciato e ha parlato «di richieste insistenti». Ma il pm della Dda Marco Mescolini non crede a questa versione e ha ricordato il contenuto delle intercettazioni dove Silipo diceva che i soldi «in un modo o nell’altro dovevano essere tirati fuori». Inoltre c’è un altro particolare. Dopo il primo incontro con il cutrese l’artigiano andò dalla polizia di Sassuolo per chiedere chi fossero quelle persone che gli chiedevano i soldi: la risposta fu «persone poche raccomandabili sulle quali stiamo facendo accertamenti». Poco dopo l’artigiano si mise d’accordo per pagare 25mila euro (5.000 con un assegno e i restanti 20.000 con venti cambiali). Gibertini è finito nei guai perché anche dopo aver ceduto il credito si interessava attivamente della riscossione del denaro.

Un’altra vicenda significativa, di cui si è parlato nell’udienza di mercoledì, è quella di Giuseppina Mazzei. La 26enne, che è parte civile nel processo, aveva lavorato come segretaria dell’imprenditore di Parma Aldo Pietro Ferrari. La giovane ha raccontato di essersi messa in malattia, anche per le attenzioni indesiderate da parte dell’uomo, che ritiene si fosse invaghita di lei. Mentre era in malattia il fidanzato della donna venne contattato a più riprese da Francesco Amato e Domenico Amato che fecero pressioni perché la giovane si presentasse dal datore di lavoro. Ferrari, è stato detto, voleva che la segretaria mettesse fine alle voci che se ne era andata causa sua e inoltre pretendeva la restituzione dei soldi che le aveva anticipato per comprarsi un’auto.

L’imprenditore è imputato per estorsione con l’aggravante del metodo mafioso in concorso con gli Amato (Domenico è già stato condannato con rito abbreviato a 3 anni e 8 mesi).