«La lettera? Strategia mediatica del clan»

L’esperto Ciconte sulla missiva spedita da un imputato di Aemilia al sindaco Vecchi: «Tutto inizia con la cena a Gaida»

REGGIO EMILIA. «La lettera? Mi ha fatto una brutta impressione. È la lettera di un uomo in grande difficoltà, persino disperata, che porta avanti un’idea che non condivido affatto e che è la stessa che uomini della ’ndrangheta hanno portato avanti con un’offensiva mediatica da un po’ di tempo a Reggio Emilia». Enzo Ciconte, studioso della criminalità organizzata ed esperto delle dinamiche mafiose in Emilia-Romagna, si era espresso in questo modo appena venne alla luce il caso della lettera al sindaco Luca Vecchi scritta da Pasquale Brescia, imputato nel processo Aemilia. Dall’avviso di conclusione delle indagini, notificato nei giorni scorsi, si è appreso che la Dda di Bologna ha aperto un fascicolo per quella lettera, indagando Brescia, ma anche il suo avvocato Antonio Comberiati che l’ha consegnata nella redazione del Carlino, per minaccia aggravata dal metodo mafioso.

Ciconte, la lettera scritta da Brescia non è un caso isolato. Vi sono messaggi scritti su Facebook a politici del Pd che sono dello stesso tenore.

«La lettera è in linea con una strategia mediatica della ’ndrangheta di Reggio Emillia e ribadisce alcuni concetti già espressi in questi anni. E cioè che i cutresi sono stati utilizzati nell’edilizia quando faceva comodo, poi quando è arrivata la crisi le amministrazioni si sono ricompattate e hanno favorito le cooperative. In questo contesto, dicono, il prefetto Antonella De Miro con le sue interdittive antimafia alle imprese calabresi ha rappresentato il braccio armato dei Comuni, della politica».

Un messaggio che sembra aver fatto presa in alcuni esponenti della comunità cutrese.

«Una ricostruzione ovviamente non vera perché le interdittive colpivano uomini di mafia, non cutresi in quanto tali, e inoltre sono stati coinvolti imprenditori reggiani ed emiliani».

Dunque la lettera lei la vede in sostanziale continuità con altri episodi?

«Certamente. Non dimentichiamo che Brescia era il titolare degli Antichi Sapori di Gaida, dove si svolse la famosa cena. Nessun reato si è consumato in quella cena, ma il tema era quello di unire le forze contro le interdittive del prefetto. Poi ci sono stati i tentativi di pressione sul prefetto De Miro. E non dimentichiamo il caso del giornalista Marco Gibertini. La lettera di Brescia si inserisce in questo contesto politico e mediatico».

Si può iptoizzare che la strategia mediatica sia stata elaborata da qualcuno in particolare?

«No, non è una strategia di una o due persone. È una visione che ha preso piede, anche per i meccanismi di solidarietà che si sviluppano all’interno di una comunità. Anche per gli errori dei reggani».

Quali?

«In questo momento i cutresi sono associati ai mafiosi. A Reggio si è allargato il solco tra le due comunità. E questo è un male perché rischia di spingere i cutresi onesti nelle braccia degli altri. Se mi dici che sono mafioso, anche se non lo sono, posso avere una reazione di rigetto nei tuoi confronti, mi viene da mandarti a quel paese».

L’idea di essere stati scaricati fa presa tra i cutresi, hanno qualche ragione?

«Hanno lavorato sodo, si sono rimboccati le manifiche, e sono stati protagonisti dell’espansione edilizia. Poi quando sono emerse le critiche a questo modello di espansione hanno iniziato ad essere criticati. A questo si aggiunge che un tempo c’era il Pci, che era un partito inclusivo. Con la crisi dei partiti lo scollamento tra comunità è stato favorito. Ci sono una serie di fattori che hanno portato a questa negativa situazione attuale».