Edilpiovra, causa chiusa dopo 13 anni

Dopo tanti colpi di scena giudiziari la Cassazione conferma la pena di 10 anni per Nicolino Sarcone «l’uomo forte del clan»

REGGIO EMILIA. Ci sono voluti oltre 13 anni per mettere la parola “fine” sul piano giudiziario alla complessa operazione antimafia – battezzata Edilpiovra – che mise nel mirino un’organizzazione dedita al racket fra le imprese commerciali ed edili.

L’ultimo atto “rimbalza” da Roma, dove la Cassazione ha respinto il ricorso dell’imprenditore edile 51enne Nicolino Sarcone – difeso dall’avvocato Luigi Colacino – ed ha confermato la condanna a 10 anni di reclusione emessa in Appello a Bologna più di un anno fa. Una sentenza non indifferente, perché va a “colpire” in maniera definitiva una figura ritenuta – dalla Dda di Bologna– di primo piano della ’ndrangheta reggiana e che nel processo Aemilia è stato giudicato con rito abbreviato e condannato in primo grado a 15 anni di carcere (dal gennaio 2015 è in cella, attualmente nella struttura romana di Rebibbia).

Nel caso di Sarcone si può parlare di iter giudiziario a dir poco complesso, con tanto di annullamento – sul finire del 2005 – di quanto in precedenza deciso, facendo ripartire da capo il processo nei suoi confronti per le accuse di associazione mafiosa, estorsioni e un incendio doloso. Nella sentenza di primo grado era emerso un cupo ritratto: esce con forza la descrizione inquietante di come Sarcone si muova da personaggio di rilievo di un gruppo che incute timore, commette reati in serie e soprattutto ha i modi e le gerarchie dei clan targati 'ndrangheta, in specie la cosca cutrese Grande Aracri. «Gli atti di questo processo – si legge nella sentenza – hanno messo in evidenza che nel periodo considerato e cioè tra il 2000 e il 2003 in Reggio si era insediata e "allignava" una consistente consorteria mafiosa gestita dal potente clan Grande Aracri di Cutro che aveva reclutato alcuni soggetti a loro volta immigrati e vicini all'organizzazione per riprodurre nel territorio di immigrazione i medesimi rapporti sociali, di potere e dominio criminale esistenti nel territorio d'origine. La consorteria, autonoma nelle iniziative e nelle decisioni tattiche nonché nella possibilità di garantire l'autofinanziamento e l'autonomo arricchimento dei sodali, era tuttavia legata strategicamente alla casa madre di Cutro, della cui potenza militare ed economica il gruppo reggiano si faceva scudo per imporre la propria presenza e le regole cui la comunità cutrese doveva sottostare».

Sarcone viene descritto dai giudici di Reggio come uomo di fiducia di Nicolino Grande Aracri che, quando il capoclan va in carcere, riceve ambasciate da sua moglie. Sempre la Corte rimarca «l’assenza di segnali di resipiscenza con radicale mutamento dello stile di vita di cui non è emerso alcun significativo indizio».