Grande Aracri, l’Appello dispone la maxi confisca

Per la Corte c’è sproporzione fra redditi e beni acquisiti, quindi, con metodi illeciti

BRESCELLO. La terza sezione penale della Corte d’appello di Bologna ha disposto la confisca di tre milioni di euro di beni effettuato dai carabinieri nel novembre 2013 nei confronti principalmente di Francesco Grande Aracri – cioè del 62enne, residente a Brescello, condannato con sentenza definitiva per mafia nell'ambito di Edilpiovra e considerato dagli inquirenti legato a doppio filo con l'omonima cosca ndranghetista capeggiata dal fratello Nicolino – ma che ha anche coinvolto dei suoi familiari.

Circa un anno fa la Corte, a Reggio, aveva emesso il "decreto di confisca di prevenzione mafiosa", dando il via alla prima confisca di questo genere in ambito regionale.

Nello specifico, in esecuzione dell’ordinanza di sequestro e confisca emessa dalla Corte d’appello di Bologna, su proposto della Procura generale che ha condiviso l’esito degli accertamenti della Dia, sono stati sequestrati e confiscati, oltre a diversi rapporti finanziari, anche 20 immobili, 6 società e 2 automezzi.

All’attività operativa, oltre agli uomini della Dia, ha partecipato anche la Guardia di Finanza di Reggio Emilia.

Si tratta di beni già sequestrati, ora sottoposti a vincolo sotto altro titolo. Il provvedimento - come prevede la legge – si basa su due punti-chiave: la sproporzione dei beni rispetto al reddito o alle attività economiche del soggetto, inoltre la mancata giustificazione della lecita provenienza dei beni stessi. Due versanti che per L’Antimafia di Bologna risultano provati alla luce degli accertamenti fatti sui redditi e su quanto acquisito da Grande Aracri e dalla sua famiglia nell’arco di tempo che va dal 1980 al 2013 (comprendente, quindi, anche il periodo in cui il capofamiglia è stato in carcere – negli anni 2003, 2009 e 2010 – a scontare la condanna connessa con l’operazione Edilpiovra).

Accertamenti contestati dagli avvocati difensori Alessandro Sivelli (di Modena) ed Andrea Marvasi (di Parma). Per la difesa non vi è collegamento diretto fra quei beni e attività illecite («Grande Aracri li acquistò prima dei fatti contestati»), i figli non sono dei prestanome e hanno la concreta disponibilità di quanto a loro intestato, infine non vi è sproporzione fra redditi e patrimonio. Tesi difensive che non hanno convinto la Corte d’appello (presieduta da Michele Massari, giudici a latere Danila Indirli e Roberto Evangelisti) che ha ritenuto accolta la richiesta di conferma della confisca da parte del procuratore generale, nominando poi il giudice delegato alla procedura e l’amministratore giudiziario dei beni (immobili, mobili registrati, quote societarie e polizze assicurative).

Ma la battaglia legale su questa confisca milionaria a Francesco Grande Aracri e ai suoi familiari – nel mirino, fra l’altro, di due altri ingenti sequestrati effettuati sempre dalla Dda attraverso i carabinieri nel luglio e nel dicembre 2015 – dovrebbe più avanti sfociare nel terzo e ultimo grado di giudizio, cioè in Cassazione.