Se le teste quadre diventassero globali

Reggio Emilia, Modena, Parma, Piacenza, Mantova e Cremona insieme? La "Soggettività Medioapadana" esiste (ma la politica non la vede)

REGGIO EMILIA. Guardate Reggio. Ha messo su due spalle così. Sarebbe ora che passasse dalla testa quadra alla testa globale. La città è cresciuta insieme al suo territorio e fra le città sorelle che sfilano sulla via Emilia è la prima per dinamismo, risorse, infrastrutture. Provo a essere più chiaro: siamo diventati il centro non solo fisico della pianura del Po.

Ogni cosa nuova viene battezzata Mediopadana, e neanche ce ne siamo accorti. Non soltanto per la stazione dell’Alta Velocità che, ondulata e bianca, guarda il traffico dell'A1, spunta accanto al Mapei Stadium e avvista le Reggiane che mai decollano, ma anche per tutte le strade nuove intorno, i ponti, le zone produttive, i centri direzionali, gli interessi, le similitudini che abbiamo a oriente, occidente, a nord.

La numerologia socioeconomica conferma infatti che Reggio, Modena, Parma, Piacenza, Mantova e Cremona, insieme costituiscono un’isola potente, con proprie caratteristiche, una sua omogeneità. Questa porzione emiliano-lombarda conta nel suo insieme 2.746.000 abitanti contro i 3.207.016 dell'area metropolitana di Milano e i 790.051 di quella confinaria di Bologna.

L’area delle 6 province registra una incidenza delle esportazioni sul prodotto interno lordo assestato sul 49,2 per cento, rispetto al 26,4 dell'area metropolitana di Milano e il 36,6 di quella bolognese. Altro dato è quello delle imprese che, nel 2011, cioè nel pieno della crisi, nelle 6 province del zentrum della pianura, erano 103.235 contro le 347.009 del Milanese e le 95.820 dell'area metropolitana di Bologna. Aggiungo il dato del valore aggiunto agricolo, da noi inevitabile: 546,5 milioni rispetto ai 168,3 del Milanese che non è proprio agrozootecnico; e i 202,4 del Bolognese. È la conferma che siamo la Food Valley italiana.

SISTEMA PERFETTO. Siccome proprio il concittadino ministro Graziano Delrio ci ha avviato verso la liquidazioni delle Province, provo a pensare alla maniera dell'Area Vasta, dunque organica. Il sistema di Reggio, Modena, Parma, Piacenza, Mantova, Cremona insieme dunque pare perfetto. Ha anche un nome, un po’ difficile a dire il vero, imposto da Unindustria di Reggio. La metto in riga: Soggettività Mediopadana. Che non vuol dire patria, neanche semiregione, nemmeno land alla tedesca o cantone all’elvetica, ma qualcosa che esiste però non viene colto. Un soggetto che c'è già, ma non si comprende.

PICCOLO NON È PIÙ BELLO.  Quello che vado scrivendo - fra l’economico e il geopolitico - serve alla comprensione di questa opportunità e alla sveglia di chi dovrebbe cominciare a ragionare con parametri più larghi, perché l’areale reggiano non è più la provincia slim che riconosciamo sulle cartine, tesa fra l’Appennino e il Po, solcata per il lungo da Enza, Crostolo e Secchia.

L’areale è assolutamente più ampio. Precisamente si fa largo fra consistenze rilevanti sul piano urbano, amministrativo, decisionale. A nord c’è la considerevole Area Metropolitana di Milano, e a est pulsa l’attrattiva Area Metropolitana di Bologna, a cui vanno aggiunti altri poli con proprie caratteristiche nodali: il Veneto, le province della Liguria e della vicina Toscana con il mare e i loro porti strategici. Queste aree forti hanno risonanze anche proverbiali per la loro produttività: Milàn l’è un gran Milàn, Bologna la grassa, il miracolo del Nordest che aveva soppiantato Piccolo è bello (oggi come oggi è meglio essere grandi).

Il nome difficile Soggettività Mediopadana al confronto impallidisce, ma lo sforzo per renderla concreta va preso molto, molto sul serio. Il 5 maggio dell’anno scorso nel Tecnopolo reggiano Unindustria aveva presentato lo studio commissionato a Caire Urbanistica e identificato le prospettive delle sei province emiliano-lombarde come l’Area Vasta a cui tendere. È passato un anno e il cassetto è la dimora permanente di quella proposta. Manca la volontà di provare. E mancano le connessioni. Non le strade, non i ponti, non le similitudini fra i territori.

SCARPA GROSSA Il rischio è che la testa continui a pensare in piccolo, oppure unicamente per il proprio ambito singolare. Il tempo che ci ha permesso di superare il limite contadino della scarpa grossa e del cervello fino, adesso ci impone di sorpassare la definizione folkloristica, autocritica e consolante di teste quadre.
Ho cavato dal cassetto la proposta di Unindustria, perché è uno stimolo a pensare “oltre”. Certo, va alleggerita di ogni aspettativa, del suo carattere quasi fantaeconomico e dalla vanità degli imprenditori di sognare solo imprenditorialità.

LOCALISMO TRAPPOLA La loro proposta deve farci riflettere sul fatto che a questo punto della storia reggiana le scelte vanno compiute su una scala non reggiana, bensì mediopadana, aggiungo europea. Proprio venerdì, durante una tavola rotonda fra i vari presidenti delle Legacoop emiliano-romagnole sono emerse due indicazioni realistiche: creare sistemi territoriali integrati e non filiere produttive; sottrarre il dato positivo delle identità dalla trappola mortale dei localismi. I concetti concordano con quelli degli industriali che con moltissimo aplomb giudicano il loro e quello della cooperazione “due mondi paralleli”.

Ecco, bisogna cambiare scala. Porto il non insolito esempio della stazione dell’alta velocità di Mancasale. La chiamo così per liberarla dal condizionamento architettonico ed estetico di Calatrava. Va bene inteso che non è la stazione di Reggio, ma del baricentro della valle del Po: vede arrivare e partire circa 2.500 viaggatori al giorno e passare 44 treni. Il suo bacino d'utenza, dunque attrattivo, coincide, guarda caso, con l’Area reggiana, modenese, parmense, piacentina, mantovana e cremonese della quale mi sto occupando. Ma il parcheggio riserva 700 posti.

Vien da scrivere - e lo scrivo - che se la stazione è stata immaginata e serve una dimensione sovraregionale ed è quindi una testa di ponte europea, il parcheggio è al contrario il frutto di una concezione locale. Anche la non prevedibilità del successo della stazione lo è, quanto la mancanza di ardimento per risolvere subito e compiutamente lo scandalo dei posti auto.

BASTA INCOMPIUTEZZA. Auto nel fango quando piove, alla mercè dei malintenzionati, abbandonate nei campi, quasi in verticale giù nei fossi e su per le sponde. Paradosso: l’archistar ha progettato la stazione che è un segno grafico nella pianura, mentre il parcheggio è stato riservato a una fatalità, al pezzo per pezzo, all’adesso vediamo, a una incompiutezza inaccettabile. Serve la condivisione degli obiettivi fra le sei province della Soggettività Mediopadana. E chi può tirare le fila se non l’interlocutore primario, cioè la politica?

E VOI CHE COSA FARESTE? A conti fatti le infrastrutture sono posizionate, l’assetto produttivo e imprenditoriale è pronto quanto il mondo cooperativo. Hanno idee chiare. La politica invece arriva in ritardo, viaggia su linee ferroviarie vecchie, è ancora lì che balbetta e si attarda sul senso e la sostanza delle Aree Vaste, aspetta l’esito del referendum sulla riforma costituzionale, il destino delle Province... Provo a snidarli: ministro Delrio, presidente della Regione Bonaccini, presidente della Provincia Manghi, sindaco di Reggio Emilia Vecchi che cosa fareste della Soggettività Mediopdana?

Stefano Scansani
s.scansani@gazzettadireggio.it

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