Il testimone svela il clan nell’aula vuota

Il pubblico latita, solo pochi familiari dei detenuti. Racconto-shock dell’investigatore: roghi, vendette, lusso, investiture,

REGGIO EMILIA. Anche ieri – nella seconda udienza di Aemilia dedicata alla testimonianza del maggiore dei carabinieri Andrea Leo – il racconto della genesi di questa maxi inchiesta antimafia si è fatto a dir poco minuzioso, sino ad indispettire la Corte: «Non possiamo essere così particolareggiati, bisogna essere riassuntivi».

Ma è uno scotto inevitabile, perché mesi e mesi di intercettazioni nel 2011 scoperchiano tutto ma proprio tutto della cosca Grande Aracri come descrive l’investigatore pungolato dalle domande del pm Marco Mescolini.

Spuntano così pian piano codice d’onore, soldi a palate e auto di lusso, tradimenti e vendette a suon di roghi dolosi, nuove investiture. Ad agitare le “acque” nella cosca è l’arresto di Romolo Villirillo (condannato il mese scorso in abbreviato a Bologna a 12 anni di carcere) che è secondo la Dda una figura-chiave del clan sul piano affaristico.

Ma gli ’ndraghetisti scoprono che avrebbe sottratto una somma importante (sul mezzo milione). Si decide di sostituirlo con Antonio Gualtieri, con il compito di indagare su cosa abbia fatto il suo predecessore. L'investitura gli è data da Nicolino Grande Aracri in persona, il 9 agosto, quando Gualtieri riaccompagna a casa il boss, che è in libertà vigilata e ha avuto un permesso per il matrimonio della figlia. Ma la Maserati è piena di microspie e i carabinieri sentono tutto. Gualtieri dice al boss: «Lui doveva essere vergine». E invece non lo è più, l’hanno beccato, quindi è un «uomo morto» anche perché – si capisce dalla ricostruzione del maggiore Leo – Nicolino e Gualtieri non erano al corrente di quell’ammanco.

E’ anche l’inizio dei roghi-vendetta (auto, appartamento) nei confronti di Villirillo e di chi gli è vicino.

Anche ieri l’udienza si è svolta fra pochi intimi (addetti ai lavori e giornalisti) ma di pubblico neanche a parlarne (solo sparuti familiari degli imputati nell’aula bunker, vuota l’aula attrezzata con i video per seguire il processo). Poi l’ormai annoso problema delle intercettazioni. Viene sentito l’audio in dialetto cutrese di uno di questi colloqui captati e gli stessi imputati in “gabbia” urlano: «Non si capisce niente».

Alcuni difensori protestano, la Corte rimane sulle sue posizioni: faranno testo solo le intercettazioni certificate dai periti. Michele Bolognino, in videoconferenza dal carcere dell’Aquila, si lamenta che può sentire le intercettazioni solo nell’ora d’aria.

In carcere a Reggio sono precipitate anche le condizioni di salute di Alfonso Paolini: i difensori Federico De Belvis e Romano Corsi chiedono il trasferimento agli arresti domiciliari. Il pm Mescolini si oppone, prospettando il trasferimento in una struttura carceraria dotata di infermeria.

La Corte dispone una perizia medico-legale e su quella base prenderà una decisione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA