False fatture e prestanome nelle parole dei primi testi

In aula parlano i testimoni dell’accusa, cinque ufficiali delle Fiamme gialle Ok della Corte a un pc in carcere, gli imputati ascolteranno le intercettazioni

REGGIO EMILIA. Fatture false, truffe a carosello, prestanome o presunti tali. Nella quarta udienza del processo Aemilia, l’ora è quella dei primi testimoni dell’accusa. E di uno dei temi dell’inchiesta sulla ’ndrangheta che maggiormente coinvolge “i reggiani”: gli affari, ma quelli “furbetti” dei castelli di carte per creare operazioni inesistenti e sottrarre all’Erario i soldi dell’Iva e delle tasse. Sono le 11 quando davanti alla Corte siede il primo teste: è il maresciallo Carlo Romano, del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Reggio Emilia. Sotto la lente un’azienda: la C.d.i. Technology, con sede a Gualtieri. Secondo le carte dell’inchiesta, si tratta di una delle società che Giuseppe Giglio - ora pentito e condannato in primo grado in abbreviato a 12 anni di carcere - e Paolo Pelaggi - condannato venerdì scorso a 1 anno e 6 mesi - usava in uno «strutturato sistema di fatturazioni per operazioni inesistenti». Il militare parla del faro puntato dalle fiamme gialle nei confronti della società, il cui legale rappresentante risulta Domenico Curcio - uno degli imputati, cognato di Giuseppe Giglio e considerato di quest’ultimo uno dei prestanome - perché non ha mai presentato denuncia dei redditi, negli anni 2008, 2009 e 2010 e risultava non avere le scritture contabili. «Curcio non era in grado di dare spiegazioni esaustive» sono le parole del maresciallo. Dalle indagini spuntano collegamenti con la Minumum Srl, amministrata dall’imprenditore reggiano Omar Costi, a sua volta imputato in Aemilia. «La Minimum c’era stata segnalata dalla Guardia di finanza di Bologna per fatture per operazioni inesistenti. Tra i clienti c’era la C.d.i. - dichiara il militare - La Minimun dalle indagini risultava operare legalmente per il 10%, per il 90% era tutto illegale». Il legale rappresentate di quest’ultima società risultava l’imprenditore reggiano Giuliano Debbi. Secondo il teste faceva tutto Costi. «Debbi non forniva spiegazioni, delegava Costi che rispondeva con documenti risultati falsi» aggiunge, sostenendo che «Debbi non sa usare il computer». Nel corso dell’udienza vengono sentiti anche altri finanzieri: di Reggio, Guastalla, Castelpusterlengo e Parma. In due ore di udienza vengono analizzate le società ed emerge un sistema articolato di fatture false.

Si torna in aula mercoledì: la lista dei testi della pubblica accusa, elencati ieri in aula dal pm antimafia Marco Mescolini, conta una ventina di nomi. L’attenzione è ancora sulle società. Il pm ha depositato due cd di documenti e intercettazioni; le difese si sono riservate di guardarli prima di dare l’ok all’acquisizione nel processo. Dalla Corte e dall’accusa l’ok a portare in carcere un pc - ovviamente vuoto - per far sentire agli imputati le intercettazioni oggetto del processo.