"Grazie Officine Reggiane, vittime di un crimine senza assassini"

Un ex dipendente torna nello stabilimento abbandonato, rivive gli anni trascorsi là dentro e scatta le foto a ciò che resta: nulla

REGGIO EMILIA. Cammino nel silenzio delle ombre che furono, il rumore dei miei passi sui detriti echeggiano tra le spoglie pareti adornate di impietosi graffiti, vetri che si infrangono sotto i miei passi, rumore di acqua che gocciola da tetti di bellica memoria violentati dal tempo e dall’incuria.

Eco del mio respiro che prima era una voce tra i corridoi che si muove tra i fantasmi della gente che lavorava, fantasmi di mille lingue parlate, fantasmi di gente che progettava e costruiva, ombre che corrono veloci, ombre di soddisfazioni e di sconfitte.

Cumuli di disegni fatti a mano, fogli di chine colorate, foto di sorrisi di una vita per costruire che stanno perdendo il colore ed il ricordo; fogli di presenza con nomi di vittoriana gioventù, scritte nella quale si legge il sudore ed a volte il sangue ormai dimenticato, Decine d’anni di lavoro accumulato e pronto per il fuoco e donare gli ultimi minuti di calore come ultimo sprazzo d’orgoglio prima di divenir cenere e volare tra il vento degli infissi ormai divelti.

Puzza di urina lì dove una volta c’era il profumo della vita e dell’orgoglio di fare un lavoro immenso.

Una brezza mi carezza il viso, ed i miei occhi vedono i corridoi di dieci anni fa, le persone in tuta che andavano agli uffici calpestando i vetusti ma lucidi pavimenti che hanno sopportato il peso di un secolo di storia e vibrato sotto le bombe e fatto accomodare il partigiano sangue degli scontri.

Ormai i miei passi sono diventati sicuri tra i pavimenti sgombri, l’eco dei miei passi sono ormai diventati tacchi che schioccano tra i marmi, tra le voci alte e basse del lavoro, voci che corrono sui fili del telefono a migliaia di chilometri portando decine di lingue, dialetti, sorrisi o ira.

Esco e vado nelle officine, tra il verde poco curato ma ordinato, in lontananza sento le voci imponenti di chi lavora, rumori sordi di pezzi che poggiano, vigorose martellate ed odore del ferro che, nudo, prendeva le forme disegnate sulle carte un aereo, un treno, un dissalatore, una gru…. Il ferro non sa cosa diventerà ma dovrà svolgere il suo calcolato lavoro.

Incontro le ombre della gente che domanda, della gente che è felice, della gente arrabbiata, regalo un sorriso a tutti ringraziandoli del lavoro che stanno facendo e della cura che in tutto il mondo è stato un simbolo incancellabile. Ma ora ho fame, vado nella mensa e prendo posto tra le onorate tute blu, i loro conviviali sorrisi e gli amabili scherzi; alcuni amici si avvicinano al tavolo tra le soffuse luci e gli antichi colori, mi presentano nuovi e vecchi personaggi che conoscevo solo al telefono, chiedendomi come fosse andata in Russia, in America, in Iran e mille posti dove le loro mani avevano creato le macchine ed io gli avevo infuso l’elettrica vita.

Usciamo e passeggio per le vie, alzo gli occhi e vedo finestre aperte e finestre chiuse, ombre di persone che si muovono con le voci in lontananza che parlano di strategie, di clienti, di ordini e di scadenze… si accendono ormai i lampioni nelle vie, i neon si mettono disordinatamente a brillare tra gente che rimane e gente che va via, è tardi, devo ancora organizzare il viaggio in un angolo del mondo e non ho ancora i disegni, vado in ufficio del personale al primo piano e faccio prenotare i biglietti da loro, salgo in ufficio tecnico e prendo i disegni estratti dai faldoni ma ora sono stanco.. Tra i corridoi incontro il presidente che, con un sorriso, mi chiama “il Giangio”! Mi chiede dove fossi diretto e se andava tutto bene, una stretta di mano e due sorrisi.. Il suo cognome è sul mio giubbotto e ne sono fiero.

Esco dal portone di mussoliniana imponenza tra le bandiere italiane ed i legni di pregiata fattura, un saluto allegro alla reception e via verso la macchina ormai carica di fogli e futuro sudore…

La macchina non c’è più, non c’è più nessuna macchina, si saranno scordati di prenotarla, … accidenti dove ho messo le carte.. devo tornare indietro ma, un tuono mi scuote, mi giro e tutto è rotto… Ripercorro indietro i miei passi e le bandiere sono solo dei brandelli scoloriti che si muovono nella brezza su aste ormai arrugginite, Il portone rotto, nero di fuoco sulle pareti, Dio mio cos’è successo, forse una bomba… dove sono finiti i miei capi, i miei amici, i miei sogni…

I miei passi diventano cupi e rumorosi mentre guadagno l’uscita, l’odore è insopportabile e devo assolutamente uscire all’aperto, non è la puzza dell’abbandono ma la puzza dell’ingiustizia che toglie il respiro… inizia a piovere e l’acqua mi scivola sul viso e mi risveglia dal ricordo, rientro nella direzione ed attraverso i lunghi corridoi crudelmente oltraggiati, mi fermo un attimo e sento degli stanchi passi di un ombra che zoppa cammina verso di me, mi dice di andar via da lì che c’è il mondo che aspetta solo me e gli altri sono già andati via, si sofferma un attimo a guardare i miei occhi ormai pieni di lacrime, mi sorride e stancamente si allontana parlando con qualcun altro che non vedo in un reggiano stretto e simpatico.



Esco fuori tra il rumore degli autobus e delle macchine, gente in bicicletta che passa davanti a me senza degnare di uno sguardo una fabbrica centenaria che ha fatto crescere Reggio Emilia e portato l’Italia nel mondo, come un giocattolo ormai troppo vecchio, come una moglie ormai stanca, come un professore che ti ha insegnato e poi ti lascia volare via…

Grazie Reggiane, vittima di un crimine senza assassini, vittima di un gioco di potere alla luce del sole, non ci sarai mai più come una volta e spero che possa esistere tra i ricordi di tanta gente.

Officine REGGIANE periodo attività 1902 - 2012