«Nessuno chiede di morire se non viene lasciato solo»

Ivano Argentini, responsabile dell’ufficio diocesano per la Pastorale della salute «Chi parla di diritto a una morte dignitosa vuole liberarsi dai sensi di colpa»

REGGIO EMILIA. «I pazienti non chiedono l’eutanasia. Magari sono i parenti che a volte si rivolgono ai medici perché abbiano un atteggiamento... disinvolto». E ancora: «Decidono di volere morire quando a prevalere è la solitudine, l’abbandono, la paura di essere un peso per i loro famigliari». Il dottor Ivano Argentini, cardiologo all’ospedale San Sebastiano di Correggio nonchè responsabile dell’Ufficio diocesano di Pastorale della salute, non ha dubbi: «Le necessità dei malati terminali non passano per l’eutanasia».

Dottor Argentini, come mai allora la campagna per la legalizzazione dell’eutanasia ha raccolto in Italia fino ad oggi 105 mila adesioni?

«Fior di studi dimostrano che l’eutanasia non è una necessità dei malati. Uno studio ormai diventato un classico svolto dall’oncologa Carla Ripamonti all’Istituto dei tumori di Milano, dimostra che in 25 anni, su 40 mila pazienti oncologici seguiti, solo in quattro hanno chiesto l’eutanasia e tre di questi hanno cambiato idea quando è stato tolto loro il dolore. Chi si batte a favore dell’eutanasia piuttosto che del suicidio assistito, lo fa partendo da un contesto descritto ideologicamente e non realisticamente».

Chi si batte favore dell’eutanasia, in realtà, parla della possibilità di decidere autonomamente sulla propria vita...

«Quando parlo della frattura tra ideologia e realtà, voglio dire che solo chi, come i medici, vive quotidianamente a contatto con i malati dentro gli ospedali, ancora meglio se piccoli e medi ospedali, si rende conto quanto sia forte l’istinto di sopravvivenza. Noi, a Correggio, ci occupiamo di riabilitazione neurologica e pneumologica e abbiamo anche pazienti affetti da Sla, proprio la malattia che viene considerata oggi come un archetipo da parte di chi si batte per il “diritto alla morte”. E noi stessi, ogni giorno, ci stupiamo di come persone in condizioni davvero gravi possano avere ancora tanta voglia di vivere. Questo accade quando i malati sono accompagnati, assistiti, amati. Ecco, nel mondo reale non c’è bisogno dell’eutanasia ma dell’accompagnamento».

Quindi chi dà lezioni di autodeterminazione, è in malafede?

«Parliamo di persone che vogliono autonomizzarsi anche di fronte alla morte e finiscono per avere uno scatto di orgoglio ideologico rispetto alla realtà. Dicono: decido io. Ma l’unica decisione possibile, nei confronti della morte, è quella di anticiparla. Ed è quello che pretendono di poter fare».

E a chi parla di diritto a una morte dignitosa, lei cosa risponde?

«E’ un tentativo di ammantare di dignità e nobiltà quello che è un atteggiamento individualista e nichilista. Ma la società e la cultura davvero laiche e liberali non sono quelle nichiliste. A Kant, per dire, verrebbe l’orticaria ad essere messo di fianco a questi personaggi. Personaggi che rappresentano l’ala operativa del nichilismo capitalista».

Ma le “Giornate della laicità” piuttosto che l’associazione Luca Coscioni “per la libertà della ricerca scientifica”... cosa c’entrano con il capitalismo?

«C’entrano, perché se decidiamo che una persona ha diritto a stare al mondo solo in base a quello che consuma, è chiaro che gli anziani ancorché malati non hanno alcun motivo per restare fra noi. D’altra parte viviamo in una società che nega il dolore e la malattia. Ma si rende conto di quanto s’investe per la bellezza, l’efficienza, le pillole blu, la possibilità di offrire performance sempre migliori? L’altra faccia della medaglia è la malattia, l’abbruttimento, un corpo non più capace di mantenere le promesse... ed ecco che la sofferenza va nascosta, resa invisibile, contenuta, magari nei ricoveri».

Quali sono le alternative?

«La fase finale della vita è quella più critica dal punto di vista esistenziale. Più ci si avvicina alla morte e più ci si interroga sul senso della vita. Le soluzioni sono due. Una è quella di far credere che togliersi dai piedi una volta per tutte sia un gesto nobile e, in questo modo, ci si libera anche dai sensi di colpa per avere fatto fuori qualcuno. L’altra è quella di accompagnare la persona che sta avvicinandosi alla morte, non farla sentire sola, portare insieme quel peso che a volte è un macigno. Certo, è più facile accompagnare un malato in un posto dove gli sarà offerta la morte dentro un cocktail piuttosto che portare insieme a lui lo stesso peso esistenziale. Pensi solo cosa significa trascorrere gli ultimi giorni nel proprio letto, nella propria casa, accanto ai propri affetti, piuttosto che in un letto d’ospedale. E se a casa non c’è nessuno, ci sono esperienze importanti come quelle dell’hospice Madonna dell’Uliveto dove l’accompagnamento ha a che fare con l’affetto, la vicinanza, l’empatia».

Qualcuno parla di oscurantismo cattolico. Quanto c’entra la religione in questa contrapposizione ideologica?

«La religione è un valore aggiunto. Perché la trascendenza dà una risposta ulteriore a chi si interroga sul senso della vita. Ma al di qua della religione, esiste quel sentimento tanto semplice quanto universale che si chiama umanità».

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