"Stramaledésa lò atâch i sóo còren": maledizioni e benedizioni in dialetto reggiano

Esclamazioni, circonlocuzioni, giri di parole che un tempo venivano utilizzati per benedire o maledire situazioni, eventi o persone

REGGIO EMILIA. Sia nei vocabolari dialettali reggiani che negli studi o negli elenchi di proverbi e modi di dire dialettali, vengono spesso dimenticate (o volontariamente escluse) le esclamazioni, le circonlocuzioni, i giri di parole che un tempo venivano utilizzati per benedire o maledire una situazione, una circostanza, un evento, addirittura una persona.

Ma oggi, giorni nei quali il dialetto “antico” viene sempre più dimenticato e sostituito da un dialetto “moderno”, spesso semplice traduzione delle parole italiane, dobbiamo raccogliere e sottolineare qualsiasi espressione dialettale, anche quelle meno ortodosse e gentili, che rischiano il totale oblio.

È forse proprio questa la ragione per la quale queste esclamazioni, spesso “forti” o, al contrario, banalmente deferenti, non interessano a nessuno o, peggio, vi è il desiderio che vengano abbandonate e dimenticate.

Un’altra ragione è quella che oggigiorno queste esclamazioni, se vengono pronunciate in dialetto, lo sono solamente a bassa voce, sussurrate tra sé e sé, spesso quasi unicamente solo pensate.

Infatti se è vero che non è elegante, educato e non è buona cosa maledire, è anche vero che oggi, esprimere una benedizione pubblicamente, si viene quasi identificati per bigotti o per scialbi moralisti puritani che usano ancora l’antiquata terminologia “dei preti”.

E così si finisce col non udire nè le maledizioni nè apprezzare il gentile augurio di una benedizione. Personalmente penso, che almeno per queste ultime esclamazioni, sarebbe bello riprendere la tradizionale ospitalità irlandese secondo la quale, entrando in casa di un ospite, per prima cosa si benedice la casa e chi vi abita.

Riguardo poi al dialetto, penso parimenti che sia necessario conservare almeno il ricordo di queste nostre tradizionali “espressioni linguistiche” le quali, nel bene e nel male, costituiscono pur sempre un retaggio ricco e fiorito del nostro patrimonio terminologico e gergale.

Per tal ragione “mi sono preso la briga” di ricercarle, trascriverle, confrontarle e identificarle nelle loro proprie manifestazioni espressive, nelle circostanze per le quali venivano pronunciate, nei diversi significati che potevano assumere e nelle differenti varietà.

Valuteremo prima le espressioni gergali relative alla maledizione e, in seguito, quelle relative alla benedizione. Cercheremo di ricostruire le condizioni, l’ambiente e lo spirito col quale ogni esclamazione trovava la propria origine, evidenziando come anche a minime variazioni gergali facessero riferimento profonde e definite variabilità semantiche.

La maledizione

Le maledizioni nella teologia morale

La presenza nei dialetti, così come nel nostro, delle maledizioni esplicite, trova probabilmente la propria genesi nelle letture bibliche e nel linguaggio religioso che, soprattutto nei tempi bui del Medioevo, venivano esplicitati al popolo. Soprattutto nel linguaggio biblico le maledizioni sono formule imprecatorie con cui si invocava il male sopra un colpevole, oppure su se stessi in caso di giuramento falso. A tal proposito, ricordo una esclamazione, d’uso familiare, che ho sentito dire da persone conosciute quando, messa in dubbio la propria buona fede, volevano sostenere la veridicità delle proprie asserzioni. Esse dicevano:

Ch’la ròba lè, l’è propria acsè…….che Dio mi ciéca s’l’ann’è mìa véra!

(Quella cosa lì, è proprio così….. che Dio mi accechi se non è la verità!). Va detto che secondo la mentalità ebraica, benedizioni e maledizioni, una volta pronunciate, avevano inevitabilmente una propria efficacia. Senza ombra di dubbio, posso dire che anche nell’ambiente popolare è filtrata ed esiste questa particolare presunzione. D’altra parte anche nel Nuovo Testamento, declamato dai sacerdoti e commentato nelle prediche, esistono momenti di maledizione e di benedizione. Si pensi alle parole di Cristo il quale, riferendo le possibili parole del Figlio dell’Uomo nel momento del Giudizio Universale (Matteo, 25, 41-43), così si esprime:

Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

Inoltre, la maledizione ai trasgressori si esprime in Galati, 3, 10:

Infatti quanti si basano sulle opere della legge, sono soggetti a una maledizione, poiché è scritto: Maledetto chiunque non persevera nel fare tutte le cose scritte nel libro della legge”,

seguita dall’annunzio che il Cristo ci redime attirando su di sé la maledizione (Galati, 3, 13):

Cristo ci ha riscattati liberandoci dalla maledizione della legge, divenendo per noi maledizione, poiché sta scritto: Maledetto chiunque è appeso ad un legno”.

Come possiamo vedere, abbondano nella scrittura gli esempi di situazioni nelle quali il termine maledizione viene pronunciato e acquisisce una sua intrinseca presenza nella vita degli uomini. Non ci si deve quindi meravigliare se anche nel dialetto sia filtrato questo termine ed i suoi significati di vaticinio malaugurante. È pur vero, però, che dallo stesso Nuovo Testamento giungevano anche ben precisi avvertimenti ad invertire la tendenza riguardo all’uso antico di maledire, ad esempio in Marco, 5, 44, in cui il Cristo invita alla misericordia:

Io invece vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”,

subito imitato dagli Apostoli (Romani, 12, 14):

Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite”.

La stessa cosa consigliava Santa Caterina de’ Ricci: “Se bene il vostro figliolo è stato cattivo, … vi prego perdoniate per amor di Dio: e se gli avessi dato la maladizione, come ha meritato, ribeneditelo e raccomandatelo a Dio”. Addirittura da questo testo ci viene detto, da una Santa, che la maledizione data dal padre ad un figlio imprudente, era meritata, anche se poi il perdono e la benedizione dovevano prendere il sopravvento nelle successive fasi di riappacificazione.

Era quindi un uso comune, nei secoli passati, di maledire chi si macchiava di aver abusato della fiducia e della buona disponibilità dell’altro. Non ci si deve quindi far meraviglia che questo antico retaggio, certamente non bene accolto, sia giunto fino a noi.

Le formule di maledizione

Nel Vocabolario Reggiano-Italiano di L. Ferrari e L. Serra (2009) si ricorda che in dialetto l’invocare maledizioni ai danni di un altro si dice: tirêr adrée di maledégna, mentre l’esclamazione semplice di maledizione si può pronunciare in due modi:

maledégn! oppure maledésa!

Mentre la prima esclamazione è valida solo a sé stante, cioè espressa come esclamazione esclusiva, nel dialetto la seconda esclamazione è impiegata anche quando la maledizione viene articolata e indirizzata in modo particolare. Infatti l’esclamazione più diffusa e la seguente:

Che Dio at maledésa!

(Che Dio ti maledica!), la quale veniva usata sia come sostegno verbale ad una condizione di stizza e rabbia momentanea, sia come simpatica conclusione ad una discussione nella quale si concedeva all’altro la ragione, pur non dicendoglielo, ma attribuendola bonariamente attraverso l’intercalare, che poneva termine alla controversia. Nella nostra media montagna reggiana, il dialetto locale riferisce queste forme simili:

Maledégna! o Maledìgna!

(Maledizione!), come forma contratta, assieme alla esclamazione

T’ maledésa!

(Ti maledica!), della formula più estesa ed ampia che recita

Dio t’ maledìgna! oppure Dio t’ maledìsa

(Dio ti maledica!). Chi si esprimeva, non certo troppo bonariamente, con questi intercalari, si diceva di lui che si era proposto di tirâr adrê di maledésa (tirare dietro delle maledizioni). Nella media pianura, una versione più strutturata dell’espressione di maledizione, che costituisce una delle diverse varianti possibile, è quella che recita:

Maledésa tè e chi t’ha fât!

(Sii maledetto tu e chi t’ha generato!). Era una formula assai aggressiva, che veniva pronunciata con rabbia o con rassegnazione, all’indirizzo di una seconda persona che veniva investita da un astio ed una stizza di gran peso. Frequente nelle discussioni familiari, soprattutto tra le donne della casa, poteva però anche capitare che venisse pronunciata con bonario sberleffo, da qualche anziana donna all’indirizzo di un bambino testardo che faceva i capricci e ann’e se šmuléva mìa (e non si toglieva di dosso l’essere come un mulo) e l’armagnéva imbrichî (rimaneva incapronito). Con lo stesso sostanziale significato si presenta l’esclamazione, certamente più volgare e incisiva, che recitava

Maledésa tè e chi t’ha caghèe!

(Sii maledetto tu e chi ti ha defecato!). Indubbiamente l’asprezza dell’interiezione denota una condizione di riferimento nella quale l’animosità e la veemenza avevano il sopravvento, indicando una condizione di cattiva relazione di base tra gli antagonisti. L’esclamazione rivestiva anche un carattere di offesa diretta per chi la riceveva e per la sua genitrice. Il paragonare, poi, la nascita ad un ordinario momento fisiologico quotidiano, accresceva l’insulto, esacerbando così l’oltraggio. Le successive due esclamazioni si pongono, invece, quale formule di maledizione impiegate soprattutto nei contrasti tra diversi nuclei familiari. L’espressione assai astiosa

Maledésa tè e i tóo!

(Sii maledetto tu ed i tuoi!) indicava un insanabile contrasto tra rami familiari di uno stesso gruppo oppure tra nuclei familiari di diversa origine, come ad esempio tra i parenti del marito e della moglie. Una simile frase pronunciata da una suocera all’indirizzo della nuora, o da una moglie all’indirizzo del marito, sanciva la compromissione quasi radicale dei rapporti tra le due persone. Ben difficilmente si sarebbe potuta riappacificare una simile situazione relazionale. Sullo stesso registro si pone la seguente esclamazione

Maledésa tè e la tóo râsa

(Sii maledetto tu e la tua razza) dalla quale sgorga odio ed avversione tra una persona imprecante e quella maledetta. Ma l’intercalare tradisce anche un profondo risentimento verso tutta la genìa dell’altro, l’insieme familiare (râsa, cioè razza) che viene considerata incapace di gestire l’insanabile divisione, ormai incancrenita e corrotta. Nel pieno di una discussione, un’esclamazione come questa poteva condurre inevitabilmente ad una profonda crisi familiare con conseguenze spesso durature. Un’altra imprecazione assai pesante da gestire in un contesto relazionale, una volta pronunciata, era la seguente:

Maledésa ch’al dé che… / Maledésa quand…

(Sia maledetto quel giorno che…/ Maledetto quando…). La pronunzia di questa esclamazione era seguita dalle ragioni per le quali il giorno indicato o una certa situazione era ritenuta essere, in seguito, maledetta. Si poteva dire anche: Maledètt ch’al dé che (oppure: al dé che)….. (Maledetto quel (il) giorno nel quale…) senza togliere nulla alla capacità dell’intercalare di generare senso di colpa, dolore e, infine, risentimento in chi, udendolo, si doveva sentire responsabile dell’accaduto, oppure rifiutava ogni responsabilità del presunto cattivo andamento delle cose. Spesso le ragioni potevano essere il momento nel quale si era conosciuta una persona, una scelta matrimoniale risultata poi fallimentare, una decisione presa a cuor leggero. Si giungeva così all’esclamazione più offensiva di tutte mediante la quale si voleva investire l’interlocutore di ogni colpa e, di conseguenza, screditarlo completamente. L’espressione utilizzata era la seguente:

Che Dio at maledésa da vîv e da môrt

(Che Dio ti maledica da vivo e da morto). Chi la riceveva, non aveva altra cosa da fare che chiedere una benedizione speciale al sacerdote, perché vittima di una forte maledizione. Era ben difficile che nel pronunciare questa maledizione vi fosse qualche giustificazione: era una frase fortissima e pericolosissima e, per le tradizioni allora vigenti, non doveva mai essere pronunciata da chicchessia. Il rischio era che, tirando in ballo Dio Padre, vi fosse il rischio di vedersi prima o poi vittima della stessa maledizione che si era pronunciata ed augurata.. Esisteva infatti un proverbio antico che ammoniva:

La maledisiòun la gîra, la gîra e la finés adôs a chi la tîra

(La maledizione gira, gira e finisce addosso a chi la pronuncia), oppure nella versione guastallese:

La maledissión la gîra la gîra e la tûrna in tèsta a chi la tîra

(La maledizione gira gira e torna in testa a chi la tira). Infatti, interpretando la spiegazione che ne dà il Mercati-Pelzer, la forte espressione sopra riportata, sarebbe in realtà una sorta di bestemmia in quanto viene invitata la Divinità a compiere una maledizione ai danni della sua stessa creatura privilegiata: l’uomo, inteso come creatura di Dio. 

Le diatribe, anche se sorte in un ambiente plurifamiliare (com’erano in gran parte le grandi famiglie d’un tempo) venivano gestite di preferenza nella discrezione per evitare le mormorazioni e le chiacchiere dei curiosi le quali, tra l’altro, di solito accentuavano le divisioni più che sedarle. A monito per i bambini e ragazzi e per la loro educazione, invece, gli anziani così ammonivano:

Li maledissión li va a chi ja trà

(Le maledizioni vanno a chi le pronuncia). Stessa valenza aveva l’esclamazione:

Stramaledésa! o Te stramaledésa!

(Stramaledetto! oppure Tu sia stramaledetto!) la quale, come il verbo all’infinito, stramaledîr (stramaledire), trova la propria origine dall’unione del prefisso stra con il verbo maledire, dove il prefisso stra è forma contratta del latino extra, al di fuori, oltre, (col significato di indicare una condizione di eccesso, di misura oltre il normale). Era comunque un’espressione che di solito non veniva usata per offendere con rabbia o risentimento, ma col solo significato di “mandare a quel paese” una persona importuna o sdrammatizzare una condizione eccezionale e non desiderata che si era venuta a creare fortuitamente. In genere allo stesso modo, con le stesse modalità e nelle stesse circostanze venivano pronunciate le esclamazioni:

(Che) Dio te stramaledésa! o Dio te stramânda!

(Dio ti stramaledica! o Dio ti stramandi!), la seconda delle quali avrebbe il significato contratto, non ben esplicitato, di “stra-mandare”, cioè di mandare oltre misura, una maledizione. Quest’ultima parte è sottintesa, ma certamente ben comprensibile, soprattutto per il modo col quale veniva animosamente enunciata. A volte l’intercalare veniva anche pronunciato con la seguente simile formulazione:

(Dio) Te stramânda bèin!

(Dio - Ti mandi oltre misura una maledizione in modo adeguato!) che nulla toglie o aggiunge alle precedenti, sia come significato che come circostanze. Affine a queste ultime è l’intercalare proveniente da Guastalla:

Che al diàul at pòrta vìa!

(Che il diavolo ti porti via!), parimenti pronunciata con il senso di inviare “a quel paese” una persona inopportuna quanto fastidiosa e molesta. Nel pronunciarla non vi era né stizza né ira, ma solo una certa irritazione. Esistono però delle esclamazioni, quali varianti delle precedenti, che potevano essere considerate come offensive, soprattutto se pronunciate in situazioni di contrasto o franco litigio. Ad esempio l’intercalare

Te stramânda te e tóo mujéra – oppure – (…) te e tóo marî

(Ti stramandi tu e tua moglie - … tu e tuo marito) veniva ad assumere la connotazione di un’offesa, nel senso che chi lo pronunciava con veemenza e impulsività finiva per insultare le persone indicate, ma con minore gravità rispetto alle maledizioni vere e proprie. Infatti questa forma “velata” di maledizione, nella quale il termine (maledètt) non è pronunciato in tutta la sua crudezza, ma sostituito da una sorta di parafrasi (stramânda), appare senz’altro meno aggressivo ed ingiurioso. La stessa cosa dicesi per la seguente espressione,

Stramaledésa lò atâch i sóo còren

(Stramaledetto lui attaccato ai propri corni) la quale, pur apparendo come una stra-maledizione (cioè una maledizione extra), in realtà nella pratica era meglio sopportata perché l’espressione era avvertita come meno aggressiva. Tuttavia in questo caso l’espressione è tesa a screditare e malaugurare la figura di un uomo che, essendo anche portatore di “corna” (indice di infedeltà coniugale), risulta essere così doppiamente vilipeso e insultato. Da ultimo ricordiamo questa, un tempo diffusissima esclamazione, di per sé stessa di dubbia interpretazione:

Dio te mânda! oppure Dio te mânda bèin!

(Dio ti mandi! / Dio ti mandi bene!) che poteva essere interpretata come “Dio ti mandi una maledizione in modo adeguato” oppure anche “Dio ti invii del bene”. La differenza e la tendenza a considerare la seconda interpretazione, veniva interpretata dal modo familiare col quale questa esclamazione veniva utilizzata. Infatti veniva impiegata per indicare bonariamente uno stato di meraviglia, oppure di sorpresa di fronte ad un evento imprevisto non grave, di stupore alla vista di una persona inattesa, di sconcerto di fronte ad un evento che era andato diversamente da quanto atteso. Con lo stesso significato bonario ci è stata riferita questa similare esclamazione proveniente da Guastalla:

Che Dio al ta mânda…!

(Che Dio ti mandi…!). In ultima analisi, possiamo dire che le precedenti espressioni rappresentano una sorta di benedizione “incompleta” ma sotto le finte sembianze di una maledizione. E in fondo questo è espressione di come la lingua dialettale giochi spesso con i doppi significati di certe esclamazioni, ponendo nella gestualità, nel tono di pronuncia, nelle linguaggio corporeo (in poche parole, nella comunicazione extraverbale) l’intima variante del contenuto semantico delle esclamazioni stesse.

La benedizione

La benedizione rivolta ad un uomo rappresenta un voto o un augurio di prosperità. La benedizione, liturgicamente di pertinenza dei ministri sacri, può essere invocata anche da una semplice persona su di un’altra: da un genitore su di un figlio, da un coniuge sull’altro, da un capofamiglia sulla propria famiglia, da un ospite su chi l’accoglie e via di seguito.

Tuttavia, la benedizione invocata da una persona laica su di un’altra, su di una famiglia, su oggetti speciali (es. una mensa), anche se non possedeva le caratteristiche di un atto liturgico, godeva di un’autorità e di una efficacia da tutti riconosciuta, soprattutto se pronunciata in momenti di particolare pregnanza, come durante un rito familiare in occasioni di festività calendariali importanti (es. la sera della vigilia di Natale), se invocata durante una preghiera individuale o comunitaria, in punto di morte.

Nel dialetto reggiano esistono differenti espressioni che servono a segnalare la dispensazione del bene in diverso modo: la differenza tra le varie espressioni è spesso sottile, ma le locuzioni si usavano con una ben particolare precisione e attribuzione di significati.

Esaminiamole: l’espressione dîr dal bèin (dire del bene) indica il recitare delle preghiere personali, di devozione o liturgiche; l’altra espressione, dîr ed bèin (dire bene), significa parlare bene di una persona, esprimersi evidenziando le virtù di una persona, mentre invece la locuzione dîr al bèin (dire il bene, benedire) serve ad indicare l’invocazione di bene verso una persona, una creatura animata o inanimata, una situazione o circostanza esistenziale.

Le formule di benedizione

Come per le maledizioni, partiremo dalle locuzioni più semplici a quelle più complesse e strutturate, evidenziandone i diversi frangenti nei quali venivano espresse. Nel dialetto reggiano l’esclamazione di benedizione più vivace e briosa è

Benedésa! oppure, nella forma contratta, Bendésa!

(Tu sia benedetto!) assieme alla quale, ma molto meno frequentemente, annoveriamo

Benedètt!

(Tu sia benedetto!). Mentre la prima è di solito espressione di un momento di gioia e di dolcezza, quest’ultima esclamazione è utilizzata anche per esprimere, in un momento di difficoltà, lo stato di disagio a causa del quale si vorrebbe tenuemente imprecare, ma preferendo, alla fin fine, contenere e trattenere l’irritazione e benedire. Un esempio tra i tanti:

Benedètt! Am s’è ròtt al mânegh d’la sâpa, propria adèss ch’a s’éra drée a finîr!

(Tu sia benedetto! Mi si è rotto il manico della zappa, proprio ora che stavo finendo!). Invece l’esclamazione gioiosa

(Moh) Che Dio at benedésa!

(Che Dio ti benedica!) era quasi sempre espressione di un vero momento di gioia e di serenità, anche se poteva valere, per questa espressione, quanto detto subito sopra (cioè, come espressione negativa). L’intercalare era di solito pronunciato da un adulto alla vista di un neonato o di una persona da tempo lontana e rivista fortuitamente in quel momento. Era quindi una sorta di manifestazione di accoglienza e di benvenuto all’indirizzo di un nuovo membro della collettività (neonato o bambino) o di una persona ritornata in seno alla comunità stessa. In ogni caso il significato era sempre assai intenso e rafforzato dall’espressività del linguaggio paraverbale e corporeo col quale la frase veniva pronunciata. Soprattutto queste espressioni di benedizioni e le seguenti erano pronunciate all’indirizzo di neonati, di bimbi assai piccoli, come la seguente:

Benedètt tè e chi t’ha fât!

(Benedetto te e chi ti ha generato!). Ci si può meravigliare del perché tante espressioni di benedizioni fossero indirizzate proprio ai bimbi, ma bisogna pensare che fino agli anni ’50 del ’900, la mortalità neonatale e infantile era altissima e pochi bimbi avevano la fortuna di giungere all’età adulta. A loro doveva andare ogni benedizione e ogni invocazione di bene e d’augurio da parte dei parenti e, tra questi, soprattutto dai nonni che, durante la loro vita, avevano conosciuto i pericoli dell’esistenza e provato le difficoltà del vivere e del sopravvivere. Il benedire il piccolo con la madre ed il padre, era la più bella forma di benedizione che si potesse esplicitare: con essa veniva esaltato il valore della famiglia, degli affetti intimi e, più in generale, della fertilità e dell’amore genitoriale, entrambi espressione della benedizione Divina. Simile alla precedente è la seguente espressione:

Benedètt tè e chi t’ha tirèe só!

(Benedetto te e ci ti ha allevato!). In questo caso, però, con l’augurio si evidenziava che il buon carattere del bimbo ed il suo buon stato di crescita corporale andavano attribuiti a chi aveva speso tempo e cure per allevare quel bimbo. Non necessariamente era stata la madre, in quanto impegnata nelle attività di campagna, quanto invece le attenzioni di una zia (di solito la sîna póta, la zia nubile), della nonna o di una cognata, addirittura della resdóra di casa. Infatti se il bimbo era cresciuto bene sotto tutti i punti i vista, il merito era di chi aveva saputo trasmettergli gli insegnamenti di bontà, mansuetudine e affettuosità, inscrivendoli nei tratti temperamentali propri del soggetto. Sullo stesso concetto di benedizione si muove il seguente modo di dire:

Benedètt i tóo genitôr, i tóo gudâs e al tóo padrèin!

(Benedetti i tuoi genitori, i tuoi padrini di battesimo e il tuo padrino di cresima!). Nell’intento di impetrare e invocare ogni bene sul bambino o ragazzetto, dotato di particolare sensibilità e virtù, con questa esclamazione venivano benedetti anche tutti coloro che avevano contribuito a trasmettergli i loro princìpi morali. I genitori erano i primi ad essere citati in quanto era presunzione del popolo, che pur non conosceva la genetica e la psico-sociologia, ritenerli i primi responsabili del buon avviamento ed orientamento di un figlio. Infatti esisteva un proverbio che stigmatizzava l’importante contributo genitoriale nel trasferire, alla propria generazione, un buon temperamento. Il proverbio ammoniva che

Un pîr ann’ha mai fât un pòmm

(Un pero non ha mai generato una mela), nel senso che è verosimile che i buoni o i cattivi insegnamenti elargiti da buoni o cattivi genitori, vanno di solito a influire in modo positivo o negativo sulla crescita dei figli. Secondo la tradizione, poi, anche i padrini di battesimo, i gudâs, per le virtù spirituali derivanti da questa loro funzione, avrebbero trasferito al piccolo le loro principali caratteristiche morali e interiori al momento del sacramento del Battesimo. Suggellava questa credenza il proverbio:

In di dét e in di fât al pèer tót i sóo gudâs

(Nei detti e nei fatti assomiglia in tutto ai suoi padrini), proverbio rivolto ad un bambino o ragazzetto nel quale si riscontravano le stigmate morali e comportamentali dei suoi padrini di battesimo. La stessa cosa dicasi per il padrino o madrina di cresima (al padrèin – la madrèina), momento nel quale il bimbo entrava a far parte della comunità cristiana perfezionando il battesimo, ovvero come testimone e “soldato” di Cristo, in grado di iniziare la lotta per la fede, fortificato dalla presenza dello spirito. Anche con il padrino/madrina, che erano coloro chi tgnîven a la Crésma (che accompagnavano alla Cresima) il bimbo o la bimba, si veniva a creare una sorta di commistione ed intimità spirituale che avrebbe influito anche sul carattere del minore. Esistevano poi espressioni di benedizione che venivano rivolte in particolare ai bimbi neonati, quale

Benedésa càl manèini / chi pesiĵn / càl culîn ché!

(Benedette quelle manine / quei piedini / quel sederino qui!). Erano per prime le madri che esclamavano in questo modo, poi le zie ed infine le nonne: spesso assieme all’esclamazione si accompagnava un bacio alle parti del corpo declamate. Era una manifestazione di intimità e di tenerezza che tuttavia, assieme all’aspetto amorevole, sottintendeva un vero e proprio desiderio di invocare la benedizione divina su quel piccolo essere indifeso e bisognoso di cure. Sempre all’indirizzo di bambini, adolescenti o giovani, spesso gli anziani che li incontravano dopo tanto tempo, come complimento e buon augurio così esclamavano:

Benedètt tè e i tóo ân!

(Benedetto te e i tuoi anni!), per evidenziare la bellezza e la freschezza del corpo e le mille speranze, ancora accese e piene di aspettative, che caratterizzano la gioventú. Più aperta a diverse interpretazioni era invece l’esclamazione

Dio te bendésa in t’l’àlma!

(Dio ti benedica nell’anima!) la quale di solito, più che vera benedizione, era un’espressione di correzione benevola rivolta a chi stava facendo una cosa non perfettamente esatta. Ad essa seguiva di solito un pacato insegnamento migliorativo teso a rivedere la pratica in atto. Tuttavia poteva anche essere l’esclamazione amorevole di una madre verso il figlio che aveva errato e per il quale ella desidera il suo bene. Solo la benedizione materna, sincera e amorevole, poteva fare il miracolo di riportare un figlio sulla corretta via del mondo. Un’altra benedizione, di solito a carattere benefico, affermava

Bendètt càl dé che…..

(Benedetto il giorno nel quale……). Comunemente era espressione di sincero ringraziamento per una situazione o una grazia che si riteneva di aver ricevuto e per la quale si desiderava rivolgere al divino gratitudine. Era un’esclamazione che di preferenza veniva proferita alla presenza di altre persone per far sapere a tutti il proprio motivo di gioia. Così come la maledizione “parallela”, anche questa benedizione esprimeva l’interiorità sincera del proferente che doveva trovare libero sfogo nell’esclamazione pubblica. Un’apparente, strana benedizione era questa:

Dio’l benedésa j’òm, la Madòna e i mâs’c!

(Dio benedica gli uomini, la Madonna e i maschi!): si trattava di una delle esclamazioni più presenti sulla bocca della resdóra della casa contadina. Infatti nella grande casa contadina plurifamiliare chi reggeva l’ordine domestico era la resdóra; a lei spettava dirimere le liti tra le numerose donne che vivevano nella casa, a lei spettava riportare la pace e cercare di smorzare i risentimenti che si creavano tra donne di pari o diversa età, conviventi forzatamente sotto lo stesso tetto. Era un impegno assai gravoso, perché cercando l’appianamento, spesso una contendente restava soddisfatta e l’altra, viceversa, sviluppava rancore e malanimo, anche nei confronti di chi aveva cercato di porsi sopra le parti. Per questo la resdóra esclamava la formula di benedizione che, tuttavia, aveva solo la funzione di costituire una sorta di sfogo, una valvola di scarico di fronte alle amarezze che gli creavano le donne della casa. Infatti gli uomini, anche se più irascibili, raggiunto lo sfogo, poi abbandonavano ogni ripicca o risentimento successivi, tipici, invece, del temperamento femminile. Che l’esclamazione sia tipicamente attribuibile ad un moto di liberazione interiore, e non ad un atto di vera e propria benedizione, lo si desume anche dal fatto che oltre a benedire gli uomini e i mâs’c, la formula benedice, tra le donne, solo ed esclusivamente la Madonna. Solo un’ampia dose di pazienza poteva salvare la resdóra da un tracollo emotivo causato dalle intemperanze e dalle beghe femminili. Curiosa e all’apparenza offensiva è la seguente formula:

Che Dio at benedésa! Che t’âbi da cherpêr!

(Che Dio ti benedica! Che tu abbia a crepare!). Era la formula propiziatoria che la resdóra pronunciava quando, preparata con pasta di pane lievitante tante belle pagnotte o filoni o tere (al têdi ’d pân), li incideva per il lungo con un coltello in modo che la successiva e attesa lievitazione facesse espandere le pagnotte proprio stirando quella incisione. La benedizione aveva lo scopo di essere beneaugurante affinché avvenisse una normale lievitazione, necessaria per l’ottenimento di un buon pane. Il pane, lievitando, doveva fissurarsi seguendo la linea di incisione, cioè cherpêr. Diversamente, se l’attesa lievitazione non fosse avvenuta, tutto il lavoro di un giorno se ne sarebbe andato in rovina, con spreco di farina, tempo e fatica. Nella nostra montagna reggiana vi era un’espressione più semplice dai diversi significati d’impiego:

Che Dio t’bendîga!

(Che Dio ti benedica!). Poteva essere un generico intercalare esclamativo rivolto a persona che si voleva ringraziare o salutare con particolare riguardo oppure, come ci ha tramandato la tradizione, una sorta di formula fissa che il sacerdote o il sagrestano rivolgevano a chi dava loro qualcosa (uova, castagne, frumentone, frutti) quando passavano per la benedizione delle case e delle stalle rispettivamente in occasione della Pasqua e della festa di Sant’Antonio Abate. Così come nelle maledizioni, anche nelle benedizioni esiste una formula accrescitiva che indica una invocazione di bene oltre il normale:

Strabenedésa!

(Strabenedica!), sempre frutto della sommazione del suffisso lat. extra (stra). Questa esclamazione era rivolta, in gran parte, da una donna adulta (nonna, zia, parente prossima) a bimbi piccoli, di pochi mesi o pochi anni, che si incontravano dopo molto tempo: l’improvvisa meraviglia e l’eccezionale trasporto giustificavano questa amorevole espressione dai toni quasi esplosivi. Con lo stesso valore e negli stessi tempi e modi d’impiego si può intendere la presente interiezione:

Che Dio te strabenedésa!

(Che Dio ti strabenedica!), anch’essa, come la precedente, ormai desueta.

Epilogo

Se è vero che il dialetto si trasforma, semplificandosi fino ad assumere la forma di una lineare traduzione dall’italiano, è vero anche che le vecchie e tradizionali esclamazioni, gli intercalari, le espressioni gergali, i modi di dire vanno inesorabilmente perdendosi nell’appiattimento del nuovo dialetto italianizzato.

Queste antiche forme gergali, espressione di una estrema semplicità di linguaggio, solo in parte riprese dai vocabolari dialettali, sono destinate ad estinguersi e perdersi per sempre. Proprio questa è la ragione del loro recupero, della loro classificazione e della loro descrizione che si impone, come motivo primario di studio, quale mandato del nostro Centro Studi sul Dialetto Reggiano.

Se la maledizione è una pratica ormai desueta, retaggio delle antiche pratiche paganeggianti e, in epoca cristiana, di invocazione del male su persone e cose, anche la benedizione, non da meno, ci appare ai nostri giorni come una consuetudine ormai considerata eccessivamente moralista, se non francamente farisaica. Quasi che la laicizzazione del vivere e del pensare moderni possano anche cassare questa bella espressione (la benedizione) in nome di una non ben identificata aconfessionalità e asetticità del parlare.

Sta di fatto che in chi parla ancora il dialetto tradizionale, della prima espressione sono rimasti solo bonari intercalari tesi ad esprimere meraviglia o consenso verso persone amiche (es: Dio te mànda!), della seconda si assiste, invece, alla quasi totale scomparsa delle espressioni, che un tempo erano retaggio soprattutto dell’ambito e dell’uso linguistico femminile (es: Te bendésa!). Di fronte a questa sconsolante situazione, non facciamo altro che allargare la braccia certi che, con questo studio, potremo dire di aver almeno mantenuto il ricordo di queste curiose espressioni linguistiche.

* questo testo è tratto dal saggio "Benedizioni e maledizioni nelle esclamazioni dialettali reggiane", scritto dal professor Giuliano Bagnoli e inseritonell'ultimo numero (gennaio 2016) del Bollettino Storico Reggiano, edito dalla Deputazione di Storia Patria per le antiche provincie modenesi, quaderno 159

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