Museo delle Ferrovie: il sogno continua ma nessuno lo vuole

Reggio Emilia, parla il segretario del Safre: "Abbiamo in casa un raro esempio di archeologia industriale"

REGGIO EMILIA. Sul suo computer sono oltre 1.600, per ora, i file archiviati nella cartella “treni”. E sono almeno due decenni che le sue lettere inviate a sindaci, assessori (comunale e provinciali), dirigenti dell’Act piuttosto che di Fer e Apt restano puntualmente senza risposta.

Dimenticate. Ignorate. Abbandonate a se stesse. Così come la locomotiva, il vagone merci, il postale e le tre carrozze di terza classe restaurate e recuperate dalla Safre (Sodalizio Amici Ferrovia Reggio Emilia) sembrano aspettare invano, nell’ex ricovero dei treni delle Ferrovie Reggiane in un capannone di via Talami, di potere aspirare a una nuova vita.

Alberto Sgarbi, l’appassionato e fortunatamente irriducibile segretario del Safre, non si perde d’animo. E proprio il giorno dopo la visita guidata organizzata dal Comune in grande stile al quartier generale delle ex Officine Reggiane in un’ottica di rigenerazione dell’intero quartiere di Santa Croce, a Sgarbi la bile ricomincia a salire. E la sua memoria storica continua a scontrarsi con «un disinteresse cieco e poco lungimirante».

«Abbiamo la fortuna di trovarci in casa un esempio più unico che raro di archeologia industriale. Ma nessuno vuole capirlo. Non possiamo pensare di avere il Museo di Spallanzani e poi... il nulla. Reggio ha un passato importante. Le Officine Reggiane, a differenza di ciò che molti credono, è nata sotto il segno dei treni e solo dopo sono arrivati gli aerei. Un patrimonio industriale unico, eppure le ex Reggiane continuano ad essere ricordate e celebrate per il loro valore storico e politico, ma si dimentica del tutto quello che hanno significato dal punto di vista della tecnologia. E questo è un grave errore».

E’ da due decenni che il Safre ragiona e lavora sul progetto di un Museo delle Ferrovie Reggiane «ma non ci è mai stata data l’opportunità - spiega con rammarico Sgarbi - di sederci intorno a un tavolo e confrontarci con degli interlocutori istituzionali».

D’altra parte, quello che in questi anni il Safre è riuscito a fare, lo deve essenzialmente alla passione e all’interesse dimostrato da qualche singolo.

Mai che ci sia stato un intervento strutturale. «Il recupero e la messa in funzione della locomotiva Ccfr numero 7 - spiega Sgarbi - li dobbiamo solo alla disponibilità dimostrata da due pubblici amministratori, Giannetto Magnanini (ex presidente di Act) e Giacomo Sulpizio (ex assessore provinciale), a un ferroviere in pensione, Rino Guidelli, e da un ex capo deposito, Sergio Francia».

Il sogno del museo storico delle ferrovie reggiane in via Talami

Perché quando abbiamo deciso che quella locomotiva doveva ricominciare a viaggiare, il problema che ci hanno posto è stato quello della mancanza di un macchinista che riuscisse a farla funzionare. E Guidelli è arrivato in nostro soccorso così come Francia si è occupato delle revisioni. Abbiamo vissuto 18 anni di gloria, siamo arrivati anche fino al lago Maggiore (in una giornata) e il successo che abbiamo incontrato tra la gente è sempre stato eccezionale. Ma qui a Reggio neppure sappiamo cosa significa cultura turistica...».

E se la locomotiva 7 è ora ferma in via Talami, «la locomotiva 8, la prima made in Reggio, con un assoluto valore simbolico, si trova ancora al museo Volandia, vicino alla Malpensa. Di fatto esiste una clausola per cui si potrebbe pretendere la restituzione... ma intanto resta là».

Come dire, i progetti della Safre non sono da considerare deragliati, ma non hanno ancora imboccato i binari giusti.