Tutta la vita tra cliniche e Opg, missione per salvare un 20enne

Ispezione della Commissione Diritti Umani del Senato alla struttura di Reggio Emilia. «Ha subìto traumi e abusi sin da bambino, ma non ha mai fatto male a nessuno»

REGGIO EMILIA. «Una biografia dolorosa e drammatica, che testimonia anche una perversione regressiva della psichiatria del nostro Paese». Salvare Oskar, 20enne internato nell’Opg di Reggio Emilia. Un nome di fantasia, come il protagonista de Il Tamburo di latta di Günter Grass. Ma protagonista di una storia terribilmente vera. È un caso definito «esemplare di disagio e di privazione della libertà» quello illustrato da Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani, e dallo psichiatra Giuseppe Dell’Acqua, allievo di Franco Basaglia e per diciassette anni direttore dei servizi psichiatrici di Trieste, che insieme alla parlamentare reggiana Pd, Vanna Iori, e all’avvocato, Francesco Marco Martino, sono stati i componenti di una delegazione che sabato ha condotto un’ispezione nell’Opg di Reggio Emilia.
 
È qui che si trova Oskar, originario di Vicenza, arrivato a Reggio al termine di un vortice clinico e giudiziario attorno al quale ora si sta combattendo una battaglia di opinione nel tentativo di invertire la rotta di un’esistenza apparsa segnata, con l’obiettivo di farlo seguire in un centro specializzato a Trieste e sottrarlo ad una vita finora di contenzione. 
 
Salvare Oskar. Questo è stato l’obiettivo della delegazione. Salvarlo da una giustizia che lo ha definito pericolo sociale e soggetto incapace di intendere e volere, cercando di aprire a partire dalla sua storia un grande dibattito pubblico intorno all’articolo 203 del codice penale, considerato inadeguato per giudicare persone con problemi di salute mentale. Ma salvarlo anche dalle inadempienze della Regione Veneto, non in regola con l’istituzione delle Rems, costringendo così Oskar a vivere nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio: la struttura è in via di dismissione dal 1 aprile, sostituita dalle nuove residenze sanitarie a base regionale. E via Settembrini resta aperta solo per ospitare una ventina di internati delle altre regioni, la maggior parte veneti. 
 
Salvare Oskar, infine, anche da un percorso doloroso che lo ha visto assumere psicofarmaci dall’età di sei anni, innescato da un carattere spesso incapace di controllare le proprie emozioni, per le quali sta pagando care conseguenze.  «La commissione dei diritti umani del Senato riceve numerose segnalazioni a proposito della situazione in cui si sono trovati internati negli Opg – afferma Manconi – ma questa storia ci ha colpito in maniera particolare: una persona giovane, dal lunghissimo percorso pschiatrico, che ha subito una serie di traumi e ci sembra di poter dire con convinzione anche una serie di abusi».
 
 
Una vita difficile, le cui tappe sono ripercorse da Giuseppe Dell’Acqua, luminare della psichiatria, che ha conosciuto Oskar un paio di anni fa, quando il destino del ragazzo sembrava finalmente imboccare un percorso di ripresa, poi interrotto bruscamente. A sei anni, in seguito al manifestarsi di disturbi comportamentali, Oskar comincia ad essere curato da neuropsichiatri. Da quell’età non smetterà di assumere psicofarmaci. A 12 anni, viene preso in carico dai servizi di neuropsichiatria infantile, cominciando una serie di ricoveri nel reparto di Diagnosi e Cura. «È un reparto per adulti – specifica Dell’Acqua – dove di fatto viene ricoverato un adolescente: un ragazzo sottoposto anche a dure misure di contenzione». Si cercano strade terapeutiche alternative. Non sempre funzionano come dovrebbero. Fino a 16 anni, quando viene stilato un progetto educativo messo a punto in una comunità gestita da una cooperativa sociale di Vicenza, dove Oskar viene seguito da uno psicologo con il quale nasce un grande rapporto di fiducia. Per due anni la situazione migliora, con il sollievo di tutti coloro che hanno a cuore le sorti del ragazzo. Poi, a 18 anni, di colpo tutto precipita.
 
Maggiorenne, Oskar deve lasciare la comunità, riservata a minorenni. Nasce un diverbio con lo psicologo, proprio mentre prova a spiegargli la situazione. Oskar non accetta di andarsene. Si alza la tensione e si arriva ad una collutazione. Entrambi cadono a terra. E lo psicologo si rompe un braccio. Non fa denuncia. Ma la macchina della giustizia si attiva. Si ricomincia con i ricoveri. «Nel 2013, il Gip a cui è affidato il caso, sulla base di una relazione medica decide come misura provvisoria di sicurezza il trasferimento nell’Opg di Castiglione delle Stiviere», spiega Dell’Acqua. Lì Oskar resta otto mesi. Poi è trasferito a Reggio. Si ritenta anche un percorso a Vicenza, che non dà i risultati sperati. Oskar torna qui, nell’Opg. 
 
Si va a processo, dove c’è una battaglia di perizie, compresa quella di Dell’Acqua, nominato dalla difesa. Emergono la pericolosità sociale e l’incapacità di intendere e volere. «Eccetto quell’episodio, per il quale lo psicologo si sente responsabile, il ragazzo non ha mai fatto male a una mosca», commenta Dell’Acqua. Il giudice, come avviene in questi casi, proscioglie il ragazzo. Ma la misura provvisoria diventa definitiva: per quattro anni Oskar dovrà stare nell’Opg. Qui a Reggio, visto che il Veneto non ha una Rems, mentre l’Emilia ne ha già due provvisorie per i malati psichiatrici residenti nella regione, in attesa della realizzazione di una struttura definitiva, sempre a Reggio Emilia. 
 
Due volte viene rifiutato dal giudice un progetto alternativo. La difesa ritiene non conveniente fare appello, in modo che la nuova richiesta di misura alternativa venga questa volta valutata dal magistrato di sorveglianza. Portarlo a Trieste. Questo l’obiettivo di chi è vicino al ragazzo. In modo da consentire un nuovo percorso di ripresa. «Ho incontrato il ragazzo divisi dalla grata della sua cella - racconta Manconi dopo l’ispezione – l’ho trovato disponibile alla comunicazione, senza segnali di aggressività, il cui disagio è solo l’esito del suo stato di privazione della libertà».