Il declino di Parma, la rivincita di Reggio

Sul crack del Parma calcio la procura indaga per bancarotta. Pizzarotti chiede aiuto a Reggio per Mediopadana e aeroporto. Storie di due città così vicine e così lontane

REGGIO EMILIA. Questa è la storia di due città che non sono mai state vicine così come pure dice la geografia, e che non sono mai state “pari” così come vorrebbe la morfologia della pianura padana. E’ la storia di due destini improvvisamente scambiati, anche con una trama tragica.  O forse, come si dice semplicemente - questa volta sì, a Reggio come a Parma - è la storia di una ruota che gira.

IL CALCIO. E per Parma è girata. Eccome se è girata, questa ruota. La metafora del calcio rende l’idea, ma non è che una parte del tutto: «A voi Coppe e denari, a noi spade e bastoni». Così si consolavano, anni fa, gli ultrà della Reggiana, frustrati da anni in cui la classifica - delle due squadre, come delle due città - era impietosa: Parma davanti e Reggio a inseguire, a volte anche con fatica.

Ora invece, sui social non è difficile imbattersi nella barzelletta in cui un parmigiano sempre più depresso e arrabbiato s’imbatte al bar con il solito reggiano che con un euro tra le mani è indeciso: non sa se ordinare il solito caffè o comprarsi il Parma calcio. E il parmigiano che un tempo ti guardava dall’alto al basso, ora non riesce più nemmeno a uscirsene con il suo inconfondibile “E fiii...”.

Ma il calcio non è tutto. O peggio, non basta a spiegare la situazione: nei giorni scorsi il sindaco di Parma Federico Pizzarotti ha chiamato più volte in causa Reggio. Prima per chiedere quattro fermate di supertreni diretti all’Expo e poi per chiedere - sempre agli odiati cugini reggiani - di correre in soccorso dell’Aeroporto parmigiano, ennesimo cratere dell’amministrazione pubblica d’oltre Enza.

Dall’altra sponda del torrente, la risposta è stata il silenzio. Un silenzio eloquente, quanto rumoroso, in un’epoca in cui non si fa altro che ragionare in termini di area vasta.

IL FORMAGGIO. Ma tant’è: oggi l’unica sinergia che pare ancora resistere alle rivalità è quella che si fonda sull’oro di questo fazzoletto di Pianura Padana, il parmigiano reggiano. Invero, mai come adesso questo “oro” s’è svalutato, mai come adesso la crisi è così profonda e forse - per paradosso - sono proprio i problemi comuni a tenere compatto il settore.

Fino a quando? Difficile dirlo: anche Reggio, in questo campo, lamenta i suoi maldipancia e qualcuno potrebbe approfittare, ad esempio di quei maldipancia che attraversano la dirigenza del Consorzio e arrivano fino ai produttori. Ma il condizionale è d’obbligo, perché per scendere in battaglia occorrono divisioni (nel senso di armate) e in questo momento, Parma può offrire soltanto divisioni tout-court: diviso, isolato, sembra oggi Pizzarotti, da tempo in odor di scomunica dai capi del suo stesso movimento.

L’INCENERITORE E IREN. Per via dell’inceneritore che «non sarà mai acceso a Parma» e che invece fuma sopra la Pilotta. Anche su Iren hanno dovuto arrendersi. Non per il prevalere di Reggio, ma piuttosto per il peso dell’”eredità” lasciata a Pizzarotti dall’ultima giunta di centrodestra targata Vignali: 340 milioni di debiti ammazzerebbero anche un Ducato, nel senso del regno della duchessa e non del furgone (pignorato) del Parma calcio.

Schiacciato da questo fardello di debiti, sconfitto nella battaglia per spostare l’inceneritore, Pizzarotti ha iniziato da tempo a vendere le azioni Iren del Comune di Parma e questo ha come effetto la graduale perdita di potere contrattuale all’interno della multiutility. A vantaggio di Reggio? No. Perché anche Reggio ha comunque i suoi problemi con Iren, nei rapporti con gli utenti e - ad esempio - con una raccolta differenziata che continua a costare troppo e con un teleriscaldamento che sta facendo imbufalire più di mezza città. Insomma, se Parma piange, Reggio non riesce a ridere.

GLI INDUSTRIALI. In realtà un altro campo di gioco in cui esce un risultato che non t’aspetti è quello delle aziende. Tra Reggio e Parma sono tantissime le collaborazioni tra realtà giocoforza simili, ma non c’è mai stata una regia unica. Per forza: anni fa a Parma la Confindustria poteva decidere se pioveva o c’era il sole. Oggi non più: oggi a Parma - in una sorta di nemesi - si consolano con la presidenza della Legacoop, che peraltro già avevano con Simona Caselli, parmigiana senza erre moscia e capace così di guidare la cooperazione reggiana senza mai suscitare il minimo sospetto.

Un modello impossibile da trasferire oggi sulla Confindustria: nessuno scommetterebbe un euro (sempre quello che basta per acquistare il Parma calcio e i suoi 75 milioni di debiti) su una presidenza reggiana degli industriali parmigiani. Che pure non sono più quelli di una volta.

Una volta, gli industriali d’oltre Enza erano un monolite che decideva praticamente tutto in città e fuori. Ora sono divisi: da una parte l’astro nascente Mutti, re della conserva e del concentrato di pomodoro, dall’altra l’aristocrazia industriale e dei Barilla e dei Chiesi, tanto per citare due nomi.

UNIVERSITA’, ULTIMO SMACCO. E proprio al nome della rinomata industria farmaceutica è legato quello che forse è l’ultimo smacco per i “ducali”. Recentemente la Chiesi Farmaceutici ha brevettato un farmaco che si annuncia come una delle più importanti scoperte nel campo delle cellule staminali.

Un farmaco che cura le ustioni agli occhi, brevettato in collaborazione con l’Università. Ma non quella di Parma, bensì quella di Modena e Reggio. Così, oggi, senza attaccare i manifesti in piazza Prampolini o piazza del Monte, Reggio può voltarsi indietro e vedere la strada compiuta. Ad esempio da quando invadeva Parma (e Modena, e Bologna) con i suoi studenti pendolari.