Gli incapaci sommersi dal ridicolo

Su col morale. Prendiamo spazzolate nel rugby, rimediamo figure da peracottari nello sci, non parliamo delle magre nel calcio; ma c’è almeno uno sport in cui l’Italia non teme confronti: il lancio del libro. Si esibisce in diretta Tv Giletti con il volume di Capanna; dà vita a un prolungato show il Parlamento nel dibattito sulle riforme facendo volare fascicoli e dossier in un clima da curva sud, tra insulti e cazzotti.

Autoassegnandosi così il ben poco ambito trofeo di risultare il più scalcinato della storia repubblicana, grazie a giocatori da strapazzo e ancor più alla cialtronaggine di chi li ha a suo tempo selezionati. Con un singolare paradosso: che alla fine, tra lanci di carta e di epiteti, resistenze e forzature, saranno proprio queste Camere a varare quel complesso di riforme che decreteranno il fine corsa per buona parte dei loro componenti, e soprattutto per un sistema marcio all’interno.

I cattivi segnali si erano colti fin dall’avvio della legislatura: con un voto da cui, anziché un vincitore, erano uscite tre minoranze incapaci di trovare una qualche combinazione per esprimere un governo, e perfino di eleggere il presidente della Repubblica; tanto da doversi recare in pellegrinaggio dal vecchio inquilino del Quirinale per supplicarlo di rimanere. E ipocrite al punto da battergli le mani in aula, di fronte alla durissima rampogna che stava loro rivolgendo.

Il severo richiamo non è servito a nulla. Da allora, e fino alla squallida sceneggiata della notte tra venerdì e sabato scorsi, il Parlamento ha offerto infinite repliche di una guerriglia istituzionale che non ha certo giovato a un’immagine già pesantemente compromessa: il rapporto Eurispes segnala che ormai riscuote la fiducia di appena un italiano su dieci, con un calo di sei punti rispetto al 2014. Con l’aggravante di una vera e propria transumanza del seggio dettata dalla ricerca di più fertili pascoli: in meno di due anni, sono già 184 i parlamentari che hanno cambiato casacca.

Quando si arriva a questi livelli, è chiaro che le responsabilità sono di tutti. Di una maggioranza che tira dritto come un carro armato anche su un tema come le riforme costituzionali, che richiederebbero invece la capacità di costruire un largo consenso. Di una minoranza che a sua volta abdica alla possibilità di concorrervi per puntare sull’interdizione e sul non fare: quando si presentano migliaia di emendamenti e si sollevano in aula questioni di lana caprina, non ci si può certo spacciare per costruttori.

Ha finito così per crearsi una situazione paradossale, che un osservatore competente ed equilibrato come Antonio Polito condensa in un’efficace sintesi: sono uniti solo i partiti il cui obiettivo è spaccare gli altri, mentre i partiti che dovrebbero unire sono spaccati. Ed è semplicemente ridicolo sentir parlare della necessità di ridiscutere tutto da una politica che dal 1983 chiacchiera a vuoto sulle riforme istituzionali.
Dopo trentadue anni, un terzo di secolo, è tempo che incapaci, opportunisti e venditori di fumo si tolgano di mezzo.

Molti di loro lo faranno, anzi lo dovranno fare, quando prima o poi gli italiani saranno chiamati alle urne. Con la beffa di essersi decretati da soli la condanna, e col rischio di trovarsi esposti a una sorta di legge del contrappasso dantesco. Magari subendo una punizione meno feroce di quella che il poeta infligge nella quinta bolgia a coloro che hanno approfittato delle cariche pubbliche per truffare gli altri, e che finiscono immersi nella pece bollente. Meno ustionante, ma non meno urticante, potrebbe rivelarsi una sorte ispirata a un vecchio detto anarchico di fine Ottocento, e ripreso nel ’68 dal maggio francese: sarà una risata che vi seppellirà. Malinconico e inglorioso epilogo, finire sommersi dal ridicolo.