Spuntano quattro lettere, così venne distrutto il reparto aeronautico delle Reggiane

Consegnate al partigiano Augusto Campari quattro lettere scritte dall'ingegner Longhi, la mente che progettò gli aerei gioiello dell'aviazione italiana

REGGIO EMILIA Si arricchisce di una spy-story la vicenda delle vecchie Officine Reggiane, lo stabilimento che ha contribuito al progresso della città e che da anni è al completo degrado. Non più luogo di produzioni di eccellenza mondiale ma rifugio di decine di senzatetto e nascondiglio per lo spaccio di droga.
Quattro lettere risalenti agli anni Ottanta, scritte dall’America dall’ingegnere Roberto Longhi, sono state consegnate al partigiano Augusto Campari, 92 anni, che abita a Bagnolo con la moglie Ermanna Fontanesi. Proprio la signora è stata la protagonista involontaria del ritrovamento. «Ho sentito il campanello suonare – spiega Ermanna Fontanesi –, ho chiesto chi fosse e una voce di uomo mi ha detto che doveva consegnare qualcosa a mio marito. Sono scesa e in un lampo un uomo che non avevo mai visto mi ha messo in mano delle carte dicendo che interessavano ad Augusto. Non ha detto altro e se n’è andato».

Campari dopo la guerra è stato il protagonista di una straordinaria esperienza di giornalismo di fabbrica all’interno delle Reggiane, dove lavorava come operaio. In seguito i giornali di fabbrica vennero “esportati” in giro per l’Italia e Campari assunse ruoli sempre più importanti nel Partito comunista. Una vicenda che Campari stesso narra nel proprio libro “Il torchio e la penna”. Alla storia di Campari la Gazzetta di Reggio ha dedicato di recente un ampio servizio ed è probabile che sia stata proprio quella pubblicazione a convincere qualcuno a mettere le lettere di Longhi nelle mani del partigiano.

IL GENIO. Chi era Roberto Longhi? Un genio dell’aeronautica civile e militare. Laureato al Politecnico di Milano, lavorò negli Stati Uniti fino al 1936, quando finì per ritrovarsi a Reggio Emilia. Su quel precipitoso rientro in Italia esiste una versione non confermabile ma che nessuno ha nemmeno mai smentito. Longhi sarebbe stato rapito dai servizi segreti di Mussolini che lo voleva nella principale azienda aeronautica italiana, appunto le Reggiane, diventata strategica in anni in cui si cominciava a respirare aria di guerra.
«E’ noto – spiega Campari – che tutti gli aerei usciti dai capannoni delle officine di via Agosti, prima e durante la guerra, sono stati progettati e costruiti sotto la direzione di Roberto Longhi con la collaborazione di Antonio Alessio. L’ingegnere già in quei giorni guardava al futuro. Pensava all’aviazione civile, al trasporto di persone. Per questo studiò e realizzò il progetto di un grosso aereo chiamato in codice Re8000 con una autonomia di 5.300 chilometri e dieci ore di volo».

IN GUERRA. Riportato a casa dagli Stati Uniti e messo in un’azienda controllata dal regime fascista, Longhi da che parte stava? Lo si capisce chiaramente: stava dalla parte della Resistenza. In pieno sforzo bellico, l’ingegnere aveva progettato un nuovo motore, già realizzato in due esemplari, che avrebbe dovuto equipaggiare un futuro aereo Re2007, qualcosa di avveniristico. L’intenzione degli occupanti nazisti era di mettere in produzione questo motore una volta testato. «Ma nelle lettere – è sempre Campari a spiegare – Longhi dice apertamente che questo motore non avrebbe mai funzionato per i fascisti e per i tedeschi, perché lui si era messo d’accordo con i partigiani che li avrebbero fatti saltare in aria definitivamente».
L’azione segreta a favore della Resistenza rischiò di costare carissima a Longhi, che una prima volta riuscì a sfuggire alla cattura grazie alla soffiata di un amico, Franco Violi, che aveva conoscenze all’interno della polizia fascista, e in un secondo tempo, arrestato dalla milizia, scampò alla fucilazione paradossalmente grazie ai nazisti, che lo ritenevano indispensabile per la produzione di aerei e lo portarono a Correggio dove avrebbe dovuto continuare la sua progettazione segreta.

LA LIBERAZIONE. Dopo il 25 aprile le Officine Reggiane erano un cumulo di macerie, quasi distrutte dal bombardamento alleato del 7 e 8 gennaio 1944. Nulla fu più come prima. Il ramo aeronautico, quello che davvero era il vanto delle Reggiane, venne completamente abbandonato.
Longhi fu allora convinto da Caproni – uno dei grandi dell’aeronautica di tutti i tempi – a trasferirsi nel suo stabilimento di Taliedo, in provincia di Milano. Dove però Longhi restò pochissimo, giusto fino al 1946. «Nel marzo – si legge nella prima delle quattro lettere fatte avere a Campari – dissi a Caproni che data la decadenza morale e materiale del suo stabilimento non intendevo assumere la carica di direttore tecnico». Longhi ritornò quindi negli Stati Uniti, nel New Jersey, dove restò per il resto della vita e dove assumerà cariche di altissimo livello in aziende aeronautiche in una fase delicatissima in cui la guerra fredda imponeva alle superpotenze di essere sempre all’avanguardia nel campo militare.

LE SCELTE. La scelta di smantellare la produzione aeronautica delle Reggiane è proprio al centro delle quattro lettere che Longhi prima di morire scrisse negli anni Ottanta a un amico reggiano, il comandante partigiano Melchiorre Fontanesi, l’uomo che guidò l’insurrezione nella zona est della città e che al termine della guerra venne insignito del grado di capitano dell’Esercito. Longhi ha parole di fuoco nei confronti di chi in quei mesi decise che a Reggio non si sarebbe più dovuto costruire nemmeno un aereo. «Peccato – scrive Longhi il 13 agosto 1985 – se ora a Reggio non vi è un’aeronautica, e la responsabilità di questo enorme reato ai danni della popolazione reggiana fu per il volere di cinque loschi individui che per solo profitto personale distrussero un’industria, ora da tutto il mondo riconosciuta fra le più avanzate tecnicamente, predicando per Reggio che gli aeroplani erano ordigni di guerra, al solo beneficio di opulenti industriali e alti progettisti, quindi le Reggiane dovevano ritornare all’industria ferroviaria e molitoria».

LE CONSEGUENZE. I “cinque loschi individui” ai quali Longhi fa riferimento erano i vertici dell’azienda dell’epoca. «Purtroppo – aggiunge oggi Campari – la loro tesi venne fatta propria dalle forze politiche che in quel momento governavano Reggio e provincia, quindi anche il Partito comunista e il Sindacato unitario che disponevano di una grande forza e di un indiscusso prestigio. In nessun documento del Comitato di Liberazione del Consiglio di Gestione si parla di aeronautica. Anche la pubblicistica del momento, cioè i quotidiani e i periodici locali ignorarono il tema come se i reggiani si sentissero in colpa per aver prodotto nella propria città aerei per la guerra, e nulla dissero o scrissero sul fatto che alle Reggiane sarebbe potuta esistere una produzione di aerei per l’aviazione civile».


L’EPILOGO. Le quattro lettere consegnate alla famiglia Campari da una mano anonima sono scritte da un Longhi che nella sua vecchiaia fa venire a galla tutto l’orgoglio per i successi conseguiti in America grazie alla propria competenza e genialità. Ma sono lettere intrise anche di amarezza e addirittura di rabbia, per quello che avrebbe potuto essere e invece non è stato. «Per me personalmente – scrive sempre nella lettera dell’agosto ’85 – la chiusura delle Reggiane fu una fortuna. Raggiunsi in poco tempo posizioni direttive di alta responsabilità con remunerazioni che in Italia neanche si sognano. Per il mio contributo all’industria aeronautica fui nominato membro dell’American Institute of Aeronautics e nominato nel Who is Who in Aeronautics dalla commissione internazionale. In Italia fui deriso, all’estero portato alle stelle. Ironie della vita». Sarebbe troppo semplice trovare un collegamento fra le parole di Longhi e lo sfascio attuale delle Reggiane. E’ però un’evidenza che Reggio Emilia rinunciò a un settore industriale che dal dopoguerra ha vissuto un stagione d’oro non ancora terminata.