La storia negli occhi con i “Viaggi della memoria”

Gli studenti reggiani hanno visitato i campi di concentramento di Terezin, vicino a Praga

REGGIO

Un orrore ed un dolore anche solo difficili da immaginare, prima di vederli con i propri occhi. Se li sono trovati di fronte i giovani reggiani che in questi giorni stanno partecipando al primo dei tre turni del Viaggio della Memoria 2013 organizzato da Istoreco, che in totale porterà oltre mille reggiani (quasi tutti studenti delle superiori) in visita a Praga e al campo di Terezin. I ragazzi lo racconteranno in esclusiva per i lettori della Gazzetta di Reggio, come già negli anni scorsi, grazie al lavoro in redazione che viene fatto ogni sera a Praga.

L'impatto più forte, per i primi visitatori, è stato quello con il campo di Terezin, come spiegano i ragazzi del Gobetti di Scandiano e del Cattaneo di Castelnovo Monti che mercoledì hanno raggiunto il campo, ad una sessantina di km da Praga.

Un campo molto particolare, come spiegano i ragazzi: «era una fortezza del 1700, come ci hanno spiegato le guide, l'hanno usata per scopi militari e poi come prigione. Nella prima guerra mondiale vi sono morti anche tanti italiani, già allora le condizioni erano durissime. Con i nazisti è diventata un carcere ma anche un luogo di passaggio, da lì la gente andava al campo di Auschwitz, e nessuno è tornato indietro a raccontarlo». Non solo prigione, quindi: «abbiamo fatto una doppia visita, perché Terezin è divisa in due. La fortezza piccola, un vero carcere che poi hanno usato i nazisti, e la fortezza grande. È un paese, non una fortezza, con strade e negozi. Un tempo ci vivevano i militari con le loro famiglie, i nazisti poi l'hanno usato come ghetto e ci hanno messo migliaia di deportati, fra cui tantissimi bambini». E qui, le prime riflessioni: «il paese non è grande, adesso ci vivono tremila persone, con i militari erano seimila, durante la guerra vi hanno fatto stare oltre sessantamila persone. Ci è venuto da pensare, come si poteva vivere in dieci in una stanza, con il freddo, tutti ammassati. Ci ha colpito molto».

Molti momenti forti anche alla fortezza piccola, la prigione. «Lì abbiamo visto dei luoghi spaventosi. I luoghi delle fucilazioni e delle impiccagioni, ma anche quelli della vita “normale”: le celle erano piccolissime, le condizioni dovevano essere durissime». Anche il clima era spietato: «noi abbiamo visitato il campo con la neve, c'era freddissimo, e i prigionieri erano meno vestiti di noi. Abbiamo visto delle belle stufe, ma poi ci hanno spiegato che per ogni stanza avevano un solo secchio di carbone a settimana. Allora, a cosa servivano? A niente, le stufe non potevano far nulla, senza carbone o legna. Ci ha fatto pensare, sia a quello che hanno patito i prigionieri ma anche alla crudeltà di chi li trattava così».

Anche perché, pur campo di passaggio, Terezin è stato anche un luogo di morte. Oltre centomila le persone transitate, più di trentamila quelle decedute nel campo, fra esecuzioni e condizioni di vita impossibili. A ricordarle, «ci sono diversi cimiteri e monumenti. Appena arrivati, fuori dalle mura, abbiamo visto un enorme cimitero con tantissime lapidi, tutte coperte dalla neve. Era un'immagine che colpiva, ma pensando a cosa rappresenta la sua bellezza viene meno». Stesso discorso per il memoriale della fortezza grande, il “krematorium”. «La nostra visita si è conclusa in questo crematorio, costruito nel 1942 alla fortezza grande, quando le morti erano tantissime. Anche lì ci sono dei monumenti, ma in realtà, a parte i nomi, non ci sono più tracce: le urne con le ceneri, in molti casi, sono state gettare nel fiume dai nazisti verso la fine della guerra, per non lasciare tracce. Non è rimasto davvero niente. Noi, almeno, abbiamo voluto ricordarle: Istoreco ha dato ad ogni studente un fiore bianco, da lasciare dove volevamo al krematorium. Tanti li hanno lasciati sopra ai forni, molti nel cimitero, fra le lapidi e gli alberi. È il nostro ricordo, un piccolo omaggio, ma è il nostro», concludono gli studenti reggiani.