Suv incendiato, il caso all’Antimafia

In odore di criminalità organizzata il rogo, a Pieve, dell’auto dell’imprenditore cutrese Blasco, su cui indaga la Mobile

Nell’ultima settimana sono successe tre cose che potrebbero essere legate da un filo inquietante.

Venerdì scorso la dura condanna (8 anni e 8 mesi di carcere, in primo grado) all’imprenditore edile cutrese Nicolino Sarcone (considerato dai giudici una figura non secondaria, a Reggio, del clan Grande Aracri), poi nella notte fra domenica e lunedì il fuoco appiccato a Pieve Modolena al Range Rover della ditta guidata dal cutrese 20enne Antonio Blasco che è figlio di Gaetano Blasco (arrestato nell’inchiesta “Scacco matto” per associazione mafiosa ma poi scagionato a processo) e nipote di Salvatore Blasco che nel 2004 fu ucciso nella faida fra le cosche Grande Aracri (di cui, secondo la Cassazione, lui avrebbe fatto parte come armiere del gruppo) e Dragone.

Il terzo episodio “strano” arriva martedì sera a Rubiera, quando il rogo doloso distrugge una jeep Grand Cherokee di proprietà dell’idraulico 37enne Marco Aversa, residente a Reggio ma originario del Crotonese.

C’è un collegamento fra questi tre fatti? La sentenza di condanna di Sarcone ha messo in fibrillazione certi ambienti? E se la ’ndrangheta è il marchio di fabbrica, con gli incendi dolosi si muovono sempre le stesse persone, oppure questo “metodo” intimidatorio accomuna più fasce di criminalità in lotta fra loro?

Che, comunque, siamo di fronte ad un momento delicato sul fronte-criminalità organizzata lo “dice” la segnalazione fatta dalla Mobile alla procura antimafia di Bologna relativamente all’incendio doloso di via Fratelli Bandiera, a Pieve Modolena, che ha distrutto il suv di Blasco.

Una segnalazione ora sul tavolo del pm antimafia Marco Mescolini (competente sui reati in odore di criminalità organizzata nel Reggiano), mentre proseguono le indagini della squadra mobile di Reggio diretta da Domenico De Iesu.

Sull’altro caso di rogo doloso – cioè quello appiccato a Rubiera – la segnalazione all’Antimafia è ancora nel cassetto: i carabinieri stanno, infatti, ancora valutando quanto raccolto sulla vicenda, per poi imboccare con più decisione la pista investigativa scelta.

Su quanto sta accadendo il procuratore capo Giorgio Grandinetti non ha voluto fare commenti.

Un silenzio che non stupisce, vista la delicatezza del momento, alimentata anche dai precedenti degli ultimi due anni in cui gli incendi dolosi si sono moltiplicati in maniera spaventosa.

«La situazione è in fermento ed è un allarme che lanciamo ormai da tempo – commenta Enrico Bini che, come presidente della Camera di commercio, si sta battendo contro le infiltrazioni mafiose nel nostro territorio – anche perché le minacce continuano, senza sosta, sempre più pericolose. Da parte nostra – conclude Bini – cercheremo di fare scudo a questa situazione con lo sportello di legalità che apriremo, a giorni, in collaborazione con Libera».

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