«Prospero fu coerente sulle sue idee, ma capì la fine di quell’epoca»

Parla il suo legale Burani: «Ci conoscemmo negli anni ’70 io ero nel gruppo di radio Tupac, lui seguì la lotta armata»

REGGIO. Due anni di differenza: sono quelli che dividono Prospero Gallinari da Vainer Burani. In gioventù possono essere tanti, soprattutto se la politica è il tuo mondo, figuriamoci se hai vissuto, a Reggio, il fermento sociale degli anni Settanta.

Hanno in comune il passato rivoluzionario – anche se affrontato in maniera differente – e il carcere come prezzo pagato per le proprie idee. Dai “contatti” di gioventù, i due poi si sono ritrovati uno a fianco dell’altro, perché Prospero si affiderà proprio a Vainer (divenuto nel frattempo avvocato, studiando in cella) per la tutela legale. Un avvocato “rosso” che arriverà a difendere anche altri brigatisti.

Burani l’acchiappiamo, sul telefonino, mentre si trova nell’abitazione di Gallinari. Vuole stare vicino alla vedova in questo duro momento: è scosso, un filo di commozione l’attanaglia. «La nostra generazione – ricorda di quegli anni da militante della sinistra extraparlamentare – è cresciuta e poi è uscita dal Pci. Per noi la rivoluzione era possibile e necessaria, con il socialismo come obiettivo. A metà degli anni Settanta la sinistra rivoluzionaria era numerosa e composita, tanto che diede vita alle più svariate tendenze: dalla lotta armata agli indiani metropolitani, dall’autonomia ai gruppi creativi. Prospero fece in quell’epoca la scelta della lotta armata come altri reggiani. A Reggio, assente o molto limitata la presenza dei gruppi extraparlamentari storici, c’è stata anche l’esperienza, di cui feci parte anch’io, che era quella che gestiva radio Tupac. La definirei molto originale nel panorama nazionale: tentò di recuperare anche teoricamente la tradizione comunista degli anni della lotta al nazismo, quando la lotta si sviluppava su tanti fronti, da quello sindacale a quello politico, sino a quello della resistenza armata. Per me la lotta armata poteva essere una delle forme di lotta scelte a seconda del momento storico, mentre le Brigate rosse , a mio parere, commisero l’errore del militarismo perlomeno da un certo momento in poi, cioè quando l’omicidio politico divenne una pratica sistematica. Preciso che nè io nè ritengo Prospero, abbiamo mai sostenuto che la violenza fosse un valore in sè, ma un dato storico in certe fasi. Non a caso a Reggio l’attività di quegli anni era prevalentemente propagandistica (allude a radio Tupac, ndr), mentre in altre realtà erano frequenti episodi, anche di massa, di violenza urbana. Uscito dal carcere – conclude l’avvocato Burani – Prospero ha mantenuto le sue idee, rendendosi comunque conto che quella fase storica era finita. Ho sempre ammirato la sua coerenza».

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