Da Vezzano in Iraq per addestrare i piloti curdi 

L'elicotterista Bruce Jean Polchi lavora in Kurdistan per preparare i futuri specialisti che dovranno garantire  la sicurezza 

VEZZANO.

Provate a interrogare dieci bambini chiedendo cosa vogliono fare da grandi. Almeno un paio diranno che vogliono pilotare gli aerei o gli elicotteri. A Vezzano uno di questi bambini il sogno è riuscito a coronarlo e ora che è diventato adulto di mestiere fa il pilota di elicotteri. Bravo al punto da essere ingaggiato per istruire i futuri elicotteristi di un pezzo di mondo difficile e contrastato come il Kurdistan, regione autonoma dell’Iraq. Bruce Jean Marc Polchi da mesi lavora proprio in Iraq, mettendo le sue conoscenze a disposizione della polizia curda.

Signor Polchi, da cosa le deriva il nome straniero che porta?

«Ho preso il nome da persone care ai miei genitori che purtroppo sono scomparse. Il francesismo deriva dal fatto che mia madre ha vissuto in Belgio, dove suo padre era stato costretto a emigrare per fare il minatore».

Quando ha sentito nascere in lei la passione per il volo?

«A sentire mia madre avevo 2 anni, durante il primo volo intercontinentale della mia vita. Stavamo andando in Indonesia a trovare mio padre, che lavorava là come direttore di ceramica. Dopo quell’esperienza, ho cominciato a ripetere che da grande volevo fare il pilota. Ero favorito anche dalle circostanze, visto che il lavoro di mio padre mi portava spesso sugli aerei».

Poi però siamo passati agli elicotteri.

«Ci sono voluti anni e ho avuto il tempo per far evolvere i miei gusti, ma la spinta principale è stata il fatto che la selezione all’istituto aeronautico Baracca di Forlì fosse limitata a 20 posti per gli elicotteristi mentre non c’erano limitazione per chi voleva pilotare l’aereo».

Quindi lei ha vissuto questa imposizione del numero chiuso come una sfida.

«Esatto, ho eseguito un test su me stesso. Si valutava il rendimento scolastico, e il mio era discreto, e poi c’era una prova attitudinale in volo. Un giretto con l’istruttore nel quale si valutavano le reazioni individuali all’elicottero».

Quando ha capito che l’elicottero si sarebbe trasformato da passione a lavoro?

«Durante il primo corso mi sono appassionato a questo mezzo. Poi al termine degli studi è scattato qualcosa in me. Il giorno del mio compleanno, quando ho portato in volo mio padre, appena rientrato in Italia. Mio padre è stato il mio primo passeggero».

Fresco di licenza, ha avuto difficoltà a trovare un impiego come elicotterista?

«Fortunatamente no, perché a Reggio c’era bisogno di un pilota e addirittura una settimana prima che mi consegnassero la licenza ero già assunto. Fu un colpo di fortuna, perché poi trovare altri lavori si è rivelato più difficile».

Però i piloti di elicottero in Italia non dovrebbero essere molti. Perché è difficile trovare un lavoro?

«Ci sono pochi piloti ma ci sono anche pochi elicotteri e la maggior parte dei lavori è stagionale, legato al periodo estivo e alla necessità di combattere gli incendi. Quando si avvicina l’inverno, i piloti si ritrovano a spasso».

Lei però adesso ha un lavoro sicuro, per quanto un po’ strano.

«Effettivamente in mezzo a tanta precarietà ho un contratto a tempo indeterminato. Ci sono alcune grandi realtà che assumono senza limitazione di tempo e di incarico. Io ad esempio lavoro per una società estera, la 7 Group che ha sede a Dubai e che è nata dalla volontà di un imprenditore austriaco. Comunque è possibile trovare lavoro in modo stabile anche in Italia; non è facile, ma nemmeno impossibile».

Ci vuole raccontare come è nato l’incarico di istruttore per conto del governo kurdo?

«Dopo i primi contatti con la mia società, l’anno scorso, c’è stata una serie di colloqui telefonici e in videoconferenza, tutti in inglese, e alla fine dello scorso marzo sono stato chiamato per una settimana di prova sul campo, in Iraq. Da lì sono passato direttamente al ruolo di istruttore».

Il governo iracheno però non riconosce l’autonomia nazionale del Kurdistan. Qual è l’ambiente nel quale si trova a lavorare?

«Vi aspettavo una situazione anche più critica, invece mi sono trovato a lavorare in serenità. Io lavoro in una città che si chiama Erbil e che si trova a nord a circa 300 chilometri da Baghdad. La regione del Kurdistan non è caotica come il sud dell’Iraq. Tanto per capirci, la sera posso anche andare a fare quattro passi con amici e amiche senza che mi succeda niente».

L’istruzione che lei fornisce ai piloti è di tipo strettamente civile? O, vista la situazione, le è richiesto di fornire qualche nozione anche di tipo militare?

«No, io lavoro per trasmettere le conoscenze aereonautiche generali. I giovani che addestro le conoscenza militari le hanno già, perché fanno tutti parte di corpi speciali o comunque legati alla polizia».

Che tipo di elicottero usate per l’addestramento?

«Siamo in una fase iniziale e usiamo elicotteri leggeri monomotore prodotti in Francia. Sono facili da pilotare e portano cinque persone».

Vuole descriverci la sua giornata tipo in Iraq?

«In estate sveglia alle 4.30, all’aeroporto alle 5, pronti al volo alle 5.30. L’orario antelucano è dovuto alle temperature, perché a mezzogiorno si arriva anche a 45°. Le prime ore sono dedicate del tutto all’istruzione in volo, poi pausa di un’ora per lavori di ufficio e altre tre ore di lezione in classe».

Per quanto tempo pensa di dover restare in Iraq?

«Per almeno due anni. Nonostante preferisca lavorare in Italia, è una bella esperienza che mi permette anche di perfezionare il mio inglese».

Dopo anni di studi e di lavoro, è ancora convinto che guidare gli elicotteri sia una buona scelta professionale?

«Sono ancora convinto che sia il mio lavoro. E’ l’unico che sono disposto a fare. Certo non è facile, perché ci vuole tanta passione, altrimenti prima o poi ci molli».

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