«Ospedale: due settimane e il cantiere potrà riaprire»

Parla il professor Gambari, soprintendente ai beni archeologici della Regione «Seguiamo le norme, ma il pozzo romano non ritarderà a lungo i lavori»

di Dario Giordo

Terminare i rilievi, analizzare il reperto, studiarne i sedimenti interni, infine asportarlo e collocarlo ai Musei Civici. Il pozzo romano scoperto poco prima di Natale nel cantiere del polo onco-ematologico del Santa Maria Nuova potrebbe rivelare qualcosa in più della Reggio romana, ma soprattutto non ci vorrà una vita perché il cantiere del nuovo centro ospedaliero, atteso al taglio del nastro per il prossimo anno, riprenda regolarmente la sua attività. «Una settimana, al massimo due», spiega il professor Filippo Maria Gambari, soprintendente per i beni archeologici dell’Emilia Romagna.

Professor Gambari, stando alle prime stime non ci vorrà molto prima che l’attività del cantiere del nuovo polo onco-ematologico riparta.

«Esatto, un paio di settimane al massimo, anche se non è proprio corretto parlare di ripresa dei lavori».

In che senso?

«Di fatto non sono mai stati interrotti».

Beh, con un pozzo romano di mezzo non si può certo procedere con la costruzione del centro.

«Quella in atto è un’attività preventiva che si fa per evitare danneggiamenti ai reperti che possono emergere dagli scavi, per liberare il prima possibile dagli ostacoli i cantieri e scongiurare ritardi nella consegna delle opere».

A prima vista sembra una procedura complessa.

«La stabilisce il codice degli appalti, in particolare gli articoli 95 e 96: tutte le opere pubbliche mettono in preventivo i rischi archeologici, cioè la possibilità di trovare dei reperti nei cantieri. Diciamo che è un’attività che rientra a pieno titolo nei lavori di un cantiere».

Un altro ritrovamento nell’area era una possibilità concreta, visti i precedenti.

«Infatti ce l’aspettavamo e non ci stupisce, sapevamo a cosa potevamo andare incontro. Anche per questo motivo ci siamo messi all’opera in questo momento, per evitare le piogge e i fanghi che inevitabilmente avrebbero rallentato i rilievi».

Possiamo definirla una scoperta rilevante per la storia della città?

«Certo, è uno dei tasselli dell’acquedotto di Regium Lepidi, la Reggio romana. Si trova un po’ distante del primo, quello ritrovato a fine anni Novanta, ma ci può permettere un collegamento fra le due sezioni».

Non è però l’acquedotto principale.

«No, si tratta di condutture che rifornivano alcuni balnea, gli antichi bagni romani, o che permettevano il funzionamento di fontane e giardini nella zona».

È possibile datare il reperto?

«Il periodo va dall’età augustea a quella giulio-claudia, quindi dalla fine del primo secolo avanti Cristo al primo dopo Cristo».

E cosa può raccontarci quest’ultimo ritrovamento della Reggio dell’epoca romana?

«Dal calcolo della pendenza e della velocità dell’acqua possiamo risalire alla quantità che veniva utilizzata nella zona e ci permette di tracciare e individuare il punto di captazione e quello terminale dell’acqua».

In queste fasi come si procede nell’analisi del reperto?

«Per cominciare si fa un’adeguata documentazione fotografica e si studia la stratigrafia del terreno, poi si cercherà di capire il funzionamento dell’acquedotto. Quindi si passa all’analisi dei sedimenti interni al reperto, per poi smontarlo e riposizionarlo da un’altra parte».

Avete un’idea in merito al “trasloco” del pozzo?

«Vogliamo valorizzarlo: si tratta di una conduttura in terracotta, quindi facilmente asportabile, e il posto migliore per ospitarla sono i musei civici. Non solo: ci piacerebbe anche realizzare una carta archeologica di Reggio, collegando le scoperte di una decina d’anni fa a quelle attuali. Mettendo a confronto i dati, si possono così completare quelli dell’area vicina».