«Scoperta importante ma il cantiere va avanti»

L’archeologo James Tirabassi prevede che i lavori del polo onco-ematologico dell’ospedale non si fermeranno a causa del rinvenimento di un pozzo romano

di Dario Giordo

Stando alle prime indiscrezioni, per riprendere i lavori nel cantiere del polo onco-ematologico del Santa Maria Nuova ci potrebbero volere un paio di settimane. Un mese al massimo, ma di certezze, al momento, è meglio non parlare.

Tutta “colpa” di un pozzo di epoca romana, affiorato poco prima di Natale durante gli scavi nella zona in cui sorgerà il prossimo anno il nuovo reparto dell’arcispedale. Sempre che, il reperto, non sia la punta di un iceberg. Anche se, a dirla tutta, cosa ci sia sotto il suolo della zona, si conosce da tempo. Resti di un acquedotto che riforniva Regium Lepidi, l’antenata romana di Reggio. «Ma quali sorprese possa offrire uno scavo non si può mai dire con certezza», afferma James Tirabassi, 60 anni, archeologo preistorico specializzato nel periodo che va dal neolitico all’età del bronzo e che coi pozzi, anche se non di epoca romana, in passato ha già avuto a che fare.

Professor Tirabassi, il sottosuolo reggiano ha regalato un’altra perla di epoca romana.

«Presto per dirlo. Di certo c’è che l’acquedotto era già stato segnalato negli anni Novanta, e ora con l’espansione e la prosecuzione degli scavi sta ulteriormente emergendo. Il cantiere lo sta seguendo la soprintendenza archeologica, per ora non mi sbilancio».

All’epoca delle prime scoperte cosa emerse?

«Due condutture parallele di età romana».

Anche il pozzo, quindi, è databile alla stessa epoca?

«Sì, ma non sappiamo di quale secolo, e non è detto che ci sia materiale sufficiente per datarlo».

Quindi il ritrovamento potrebbe anche perdere di valore.

«No, è in ogni caso importante, è uno degli acquedotti che alimentava Regium Lepidi. Ora si dovrà documentare e musealizzare il reperto».

Come si procede nei lavori?

«Innanzitutto bisogna esplorare l’area, quindi si documentano i rilievi, si fotografano, si procede con le sezioni e si misurano i dislivelli, tenendo conto del fatto che si parla di monumenti stanziali, e si dovranno dunque usare tutte le cautele. Scavare un pozzo non è semplice, senza dimenticare le norme che regolamentano gli scavi: se sono troppo onerosi o non ci sono le tecnologie adatte, non si può procedere, e la camicia del pozzo deve esser lasciata dov’è».

Nel caso che si fa?

«Il pozzo va coperto con materiali che permettano di isolarne la struttura dal terreno, e magari essere lasciato in vista. Ma è una decisione che spetta alla soprintendenza, e poi si deve tener conto delle esigenze dell’ospedale e dalla planimetria dell’ala: è chiaro che se sopra dovesse sorgere la sala per la tac non se ne farebbe nulla».

Per quanto tempo gli scavi possono bloccare il cantiere del polo?

«Non ci sono limiti, finché l’indagine non sarà conclusa non si potrà sapere. Ma non credo ci vogliano tempi lunghi, non sono strutture che richiedono analisi particolari. Due settimane sono ragionevoli, ed è difficile che possano esserci sorprese».

L’ultima scoperta cosa ci dice in più della Reggio romana?

«Probabilmente potremo capire da dove e quanta acqua arrivasse a Reggio tramite quell’acquedotto. Per saperne di più servirebbe capire di che materiale è fatto e datarlo di conseguenza. Ma l’archeologia, si sa, è fatta di piccoli passi».