Sei secoli di vita romana

La «fattoria» scoperta a Guastalla è una delle più estese rinvenute nel Reggiano

di Tiziano Soresina

GUASTALLA

Un incredibile viaggio nell’epoca romana, attraversando i sei secoli di vita della «domus rustica» – in soldoni una vera e propria fattoria – scoperta nove mesi fa all’interno del cantiere che sta sorgendo nella frazione guastallese di Pieve, fra via Solarolo e via Pieve. Tante, infatti, le sorprese racchiuse in quest’area archeologica: il lungo periodo di attività dell’insediamento (dal primo secolo avanti Cristo, al quarto-quinto secolo dopo Cristo, cioè sino al tramonto dell’impero romano) desunto dai ritrovamenti, la notevole estensione della fattoria fra le più grandi, se non la più grande, fra quelle individuate nel Reggiano (s’ipotizzano 4-5 mila metri quadrati, ma sono ancora in corso gli accertamenti archeologici), i numerosi spunti storici emersi dall’analisi del recupero principale, cioè l’ampio magazzino in cui vivevano le persone di servizio e avvenivano non poche attività legate all’agricoltura, infine gli indizi (tracce di intonaci dipinti, decorazioni marmoree) che «parlano» anche della casa padronale (ancora sepolta, ma presumibilmente collocata dalla parte opposta dell’edificio rustico) senza dubbio abitata, nei secoli, da ricchi proprietari terrieri.

Una ricostruzione che gli esperti – la dottoressa Anna Rita Marchi della Soprintendenza archeologica dell’Emilia Romagna (funzionaria responsabile del territorio di Guastalla) e l’archeologo Massimo Brutti (di Archeosistemi) che ha seguito il sito per conto della Soprintendenza – scandiscono in sei fasi storiche che «raccontano» l’evolversi dell’antica struttura produttiva composta per lo più da un grande porticato (per il ricovero degli attrezzi o del bestiame?) e da un’area cortiliva in cui, all’aperto, si svolgevano diverse attività agricole.

Un insediamento produttivo che sarebbe stato edificato seguendo gli orientamenti della centuriazione romana, cioè del sistema di divisione del territorio agrario in cui assi stradali detti «cardini» e «decumani» s’intersecavano ad angolo retto definendo un reticolo di strade e canali. Davvero emozionante questo cammino nei secoli, analizzando ciò che «svelano» i resti romani (basi di pilastri quadrilateri, tracce di muri, resti di anfore, coppi e tegoloni, un elefantino scolpito nella pietra) di una fattoria autosufficiente che controllava un territorio contraddistinto - a quei tempi - da terreni coltivati e bonificati che si alternavano con i campi incolti (specialmente boschi di pioppi, salici, castani e larici). La fase più antica della «domus rustica» affonda le radici nel primo secolo avanti Cristo, quando la colonizzazione romana della pianura padana era da tempo una realtà e tre centri _ Regium Lepido (l’odierna Reggio Emilia), Tantum (Taneto) e Brixellum (Brescello) _ esercitavano un’azione predominante in zona.

Nella seconda fase (coincidente con il primo secolo dopo Cristo) i reperti descrivono con più precisione il magazzino: le basi dei pilastri sorreggevano un porticato che collegava il cortile (in cui è presente un pozzo) con altri ambienti dell’edificio rurale. Nella terza e quarta fase (sino al secondo secolo dopo Cristo) sarebbero avvenute importanti modifiche: il rifacimento della copertura del porticato, l’inserimento di nuovi pilastri e l’abbandono di altri presenti da tempo, il completamento dell’area cortiliva. L’ultima fase romana della costruzione (terzo secolo dopo Cristo) svela resti di attività (scorie di metalli) e focolari, mentre nel IV-V secolo dCiniziarono le spoliazioni anche se l’edificio non risulta abbandonato, come dimostrerebbero alcune aree di lavorazione. Sei secoli di lavoro agricolo che verranno poi «sepolti» da oltre tre metri di argilla alluvionale: le piene dell’antico tracciato del Po misero la parola fine all’insediamento rurale.

Durante gli approfondimenti archeologici è stata rinvenuta anche una tomba alla cappuccina (databile all’ultima fase della struttura agricola) e poi ricoperta per il pericolo di crolli. «Siamo di fronte _ commenta con prudenza la dottoressa Marchi _ ad un importante ritrovamento, su cui abbiamo indagato benissimo grazie alla collaborazione e disponibilità della committenza. Speriamo di poter valorizzare quanto rinvenuto».

La scoperta – rivelata dalla «Gazzetta» – si è materializzata in ottobre durante uno scavo sceso a tre metri e mezzo, per le fondamenta del direzionale che sorgerà a Pieve: lavori, diretti dall’ingegnere Emilio Pecorini, commissionati dalla Cooperativa San Martino e gestiti dalla Conabit.