Dai tempi di don Camillo agli anni da cardinale, Ruini compie 80 anni

Il cardinale Camillo Ruini sabato compie 80 anni. Dagli anni del seminario ai primi impegni in diocesi fino alla chiamata a Roma e l'arrivo alla presidenza della Cei: la storia di una vita spesa per la Chiesa.

REGGIO. Sabato il cardinale Camillo Ruini, per i reggiani semplicemente «don Camillo», compie 80 anni. Insieme al sacerdote - prima - al vescovo, al cardinale, al teologo e all'uomo di cultura - poi - che più ha rappresentato il volto dell'istituzione ecclesiale italiana abbiamo voluto compiere un percorso lungo decenni, da Reggio alla «porpora» vaticana.

Eminenza, qual è il ricordo che ancora oggi, a 80 anni, lei porta in sé del giorno in cui entrò in seminario?
«Un giorno difficile, una rottura dolorosa ma necessaria. Cambiava repentinamente il mio ambiente di vita: da Sassuolo a Roma, dalla mia famiglia a un mondo che non conoscevo. Cambiava il mio abbigliamento: da quello di un ragazzo diciottenne alla tonaca, obbligatoria allora per i seminaristi come per i sacerdoti. Così, dopo la gioia e l'entusiasmo per la scelta compiuta, avvertivo in concreto il costo che questa scelta aveva. Ma ho pensato che dovevo fare una cosa sola: tenere fermo il proposito di diventare sacerdote. Un proposito maturato liberamente e "controcorrente", un proposito che sentivo venire dal Signore».

Lei è nato a Sassuolo, località che è incardinata nella diocesi di Reggio e Guastalla. Come si è posto in tutti questi anni rispetto a Reggio, è riuscito a sentirla come la sua città?».
«Ho vissuto e operato a Reggio per 29 anni, dal 1956 al 1986, come sacerdote e negli ultimi tre anni come vescovo ausiliare. Perciò Reggio è diventata ben presto il mio ambiente naturale, un ambiente in cui mi sono trovato molto bene e che amo, sebbene come identità sempre, anche adesso, io mi senta anzitutto un sassolese».

Lei ha insegnato filosofia e teologia prima di spiccare il volo a Roma: cosa ricorda di quegli anni d'insegnamento?
«Penso di aver preso molto sul serio il mio compito di insegnante. Insegnare mi piaceva, ma mi piaceva e mi piace soprattutto studiare e pensare. Il mio difetto più grave, come insegnante, temo sia stato proprio questo: far prevalere l'approfondimento dei problemi sulle esigenze di gradualità della didattica. Perciò ero ritenuto, non senza motivo, un insegnante che pretendeva un po' troppo dai suoi allievi».

Nel 1983 venne ordinato vescovo da monsignor Gilberto Baroni, una figura importante per i cattolici reggiani.
«Grande figura di vescovo, al quale resto per sempre debitore. Mi ha rafforzato nell'amore e nella dedizione alla Chiesa, mi ha fatto entrare nella difficile concretezza della pastorale e, pian piano, nel governo pastorale. Mi ha dato l'esempio costante di come si antepongano le esigenze del servizio alla Chiesa al quieto vivere personale».

Quando, già nominato vescovo, arrivò il momento di trasferirsi per sempre a Roma come segretario della Cei, quali furono i suoi pensieri? A fronte di una nomina di enorme prestigio da parte del Papa, le veniva chiesto di lasciare i luoghi dove tanto aveva professato la sua fede. «Il momento difficile non arrivò nel 1986, quando fui chiamato a Roma, ma tre anni prima, quando Mons. Baroni mi disse che ero nominato vescovo, come suo ausiliare. Avvertii acutamente che non ero degno di questa missione ma, dopo aver passato un giorno di preghiera al seminario di Marola, sentii anche che non potevo rifiutare. Sembrerà strano, ma la nomina a Segretario della Cei mi turbò molto meno».

Negli anni della sua presidenza della Cei ha impresso un suo stile indelebile alla Chiesa italiana. Qual è stata la decisione più difficile e sofferta fra quelle che ha preso?».
«La decisione fondamentale è stata quella di avere sempre come criterio e punto di riferimento la persona e il magistero, gli orientamenti pastorali e culturali del Papa. Una decisione però non difficile, perché sgorgava dalle mie più profonde convinzioni teologiche e spirituali, e anche da una sintonia spontanea con Giovanni Paolo II e poi con Benedetto XVI».

Voltandosi indietro, con la saggezza degli ottant'anni, ritiene che la fine delle ideologie abbia intaccato anche la voglia di difendere a spada tratta la fede cristiana? Venuto meno l'ateismo militante di marca comunista, chi è oggi il vero nemico di Cristo?

«I tempi e il contesto socio-culturale sono molto cambiati ma le difficoltà per la fede non sono certo diminuite. Oggi si concentrano nel nichilismo che, come conseguenza della "morte di Dio" nella cultura, non lascia in piedi alcun valore assoluto, e in quella manipolazione ideologica delle scienze che riduce l'uomo a un semplice prodotto della natura. Fortunatamente, però, cresce di giorno in giorno la percezione della pericolosità e dell'intrinseca falsità di questi atteggiamenti, non solo tra i credenti ma anche in molte persone che non intendono rinunciare ai fondamenti della nostra civiltà».

L'uomo di oggi dove sta andando?
«La debolezza morale che rende incerto il nostro futuro è frutto delle difficoltà riguardo a Dio e all'uomo alle quali ho appena accennato. E naturalmente questa debolezza spinge nella medesima direzione. Ci sono inoltre i cambiamenti, sempre più accelerati, del quadro demografico, economico e politico mondiale. In concreto nessuno di noi può sapere in anticipo quale sarà il futuro del genere umano. Chi crede nel Dio di Gesù Cristo ha però dentro di sé la certezza che Dio è amico dell'uomo e che ci ha creato non per la morte ma per la vita. Possiamo dunque vivere positivamente e con fiducia anche i cambiamenti più grandi, impegnandoci a fondo per il bene e soprattutto sapendo che Dio tiene il mondo nelle sue mani».

Lei è stato assistente dei giovani laureati e ha sempre insistito sul ruolo che i cattolici devono rivestire nel mondo della cultura. Oggigiorno è sufficiente l'impegno del cattolico italiano nella cultura? A volte si ha l'impressione che questo campo sia sempre monopolio di una sinistra che adesso non ha più punti di riferimento.
«Ho sempre lavorato per rendere più viva e più forte la presenza cristiana nella cultura, per due buoni motivi. In primo luogo perché la cultura sta alla base delle nostre convinzioni e scelte di vita, ma anche perché la cultura dominante, in Italia come più o meno in tutto il mondo occidentale, è spesso lontana dalla fede. Contrariamente però a un'opinione diffusa, non penso che l'influsso culturale del cristianesimo diminuisca sempre più: negli ultimi anni c'è stata piuttosto un'inversione di tendenza. E' solo un inizio, che dobbiamo cercare di rafforzare».

La infastidisce che la »dipingano« come un cardinale dalla forte vocazione politica? Ha forse nostalgia di un partito cattolico come la Dc?
«Sinceramente non mi sono mai preoccupato molto dei ritratti che si fanno di me. Un interesse alla politica l'avevo già prima di entrare in seminario e l'ho sempre conservato. Fare della politica la mia vocazione mi sembra però quanto meno unilaterale, anzi, diciamo pure sbagliato. La mia vera vocazione è quella che si è concretizzata nel grande dono che il Signore mi ha fatto: il sacerdozio. Senza entrare oggi in temi politici, aggiungo soltanto, per rispondere alla vostra domanda, che non ho nostalgie particolari».

Il vescovo Mauro Parmeggiani è un reggiano doc ed è stato a lungo il suo segretario particolare. E' il suo successore?
«A Mons. Mauro, o Don Mauro come lo chiamo io, sono molto debitore, per i ventidue anni nei quali ha lavorato con me. Adesso egli sta facendo un ottimo servizio alla diocesi di Tivoli. Quanto alla successione, Don Mauro, come vescovo, fa parte della successione degli apostoli, cosa un po' più importante che essere mio successore...».

Guardando avanti, che spazio ci sarà per Reggio nella sua attività futura?

«A ottant'anni più che sulle attività future è ora di concentrarsi su quel futuro che sta al di là del tempo. Reggio, in particolare, è nel mio affetto e nella mia preghiera, non nei miei progetti operativi».

Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: due Papi profondamente diversi?
«Diversi certamente come persone, esperienze di vita, stili e modi di porgere, ma ancora più uniti nella loro missione e negli indirizzi del loro ministero».

Gli ottant'anni le impediscono di entrare in un futuro conclave per eleggere un nuovo Papa, ma non le impediscono di diventare Papa. E' un'ipotesi che ha mai preso in considerazione?
«Proprio no, a ottant'anni poi non corro alcun pericolo di questo tipo».