«La mia notte infernale nella locanda della Bettola»

«Mi sono salvato nascondendomi in un angolo del solaio
sotto un mucchio di legna da ardere»

REGGIO. A volte non basta nemmeno il tempo a ricucire le ferite. Non serve. Perché ci sono esperienze che entrano nello spirito di una persona e come un tatuaggio rimangono impresse per sempre. Se poi quel tatuaggio è stato disegnato con il sangue è ancora più doloroso vedere il suo tratteggio. Paolo Magnani, 82 anni, il 24 giugno del 1944 era, insieme ai genitori, nella locanda della Bettola. Fu uno dei pochi a salvarsi da un’incursione di un plotone tedesco che uccise 32 persone. Tra loro morirono anche i genitori di Paolo, Giuseppe Magnani ed Emma Ronzoni. A salvare Paolo fu la sua decisione di nascondersi in solaio. Ora, a distanza di 64 anni, l’uomo ha deciso di raccontare il suo inferno perché «queste esperienze non vanno dimenticate, soprattutto contro una sorta di revisionismo che sta prendendo piede in Italia». Una storia toccante, cruda, dolorosa, specchio di una tragedia che «andrebbe considerata terribile tanto quanto quella di Marzabotto».
 Ventiquattro giugno 1944. Un giorno che è entrato nella storia e che a Reggio tutti conoscono come la drammatica notte di San Giovanni. Come vive a distanza di 64 anni quella tragedia?
 
«Di fronte alla locanda della Bettola c’era un ponte e noi eravamo lì. Tranquillissimi. Avevo appena 18 anni e, insieme ai miei genitori, avevamo trovato riparo in quell’albergo insieme ad altri sfollati dalla città. La sera precedente al massacro, alla Bettola arrivò un gruppo di partigiani guidato da Enrico Cavicchioni. Aveva solo 19 anni e il suo obiettivo era quello di far saltare il ponte per isolare i tedeschi. Sa, allora a Casina, c’era un robusto reparto militare, un centinaio di soldati messi lì per contrastare i partigiani sulla via del Cerreto. Quella sera i partigiani ci fecero allontanare dall’albergo, prepararono delle buche vicino al ponte e ci misero la dinamite. Poi l’esplosione. Il ponte era rimasto intatto, perché la dinamite fu messa nella ghiaia. Purtroppo andava fatto esplodere l’arco del ponte. Fine del primo atto».
 E i tedeschi come reagirono a quell’attentato?
 
«In modo terribile. Disumano. Il giorno successivo arrivarono i soldati: interrogarono qualche persona che risiedeva nella locanda a caccia di partigiani che potevano essere nascosti. La sera stessa tornarono i partigiani, e forse per un’imprudenza del loro giovanissimo comandante tentarono di nuovo di far saltare il ponte. Ma proprio per quello che era successo la sera precedente, dal comando tedesco di Casina fu inviata una camionetta a controllare la zona. Immediato lo scontro a fuoco: morirono due soldati tedeschi e tre partigiani, tra cui anche il comandante Cavicchioni, ucciso da un soldato che era riuscito a rimanere nascosto sotto la camionetta. Noi sentimmo quella sparatoria, ci riparammo all’interno della locanda. Ma non avremmo mai immaginato quello che sarebbe capitato di lì a poco».
 Un inferno.
 
«Purtroppo non reagimmo, perché mentre il tedesco che si salvò partì subito per Casina a chiedere rinforzi, noi avremmo avuto tutto il tempo per salire sugli autobus e andarcene verso Reggio. Non era complicato, ma tutti pensarono di essere al riparo da eventuali ritorsioni, perché tra le persone che erano nella locanda nessuna era implicata con i partigiani. Tranne me, perché ero scappato dal servizio militare».
 Cosa ricorda di quelle ore?
 
«Arrivarono alla locanda un centinaio di soldati. Bussarono alla porta, mentre io, visto il mio stato di renitente alla leva mi nascosi nel solaio, ricavandomi un angolo buio nella legna accatastata. Sentii l’oste che aprì la porta. Da quel momento cominciarono i guai. Tutta la gente che in quel momento era nella locanda fu fatta scendere nell’area antistante, stesa a terra. Poi, senza chiedere nulla a nessuno, i soldati obbligarono tutti ad andare nella rimessa. E poi quel terribile suono della mitragliatrice. Li uccisero tutti, nessuno escluso. Donne e bambini compresi. Trentadue morti».
 Da quella locanda uscì vivo solo lei?
 
«No. Anche l’oste, Romeo Beneventi. Lui si era rifugiato in fondo in fondo alla rimessa, nascondendosi in un gabinetto. Lì, c’era una piccola finestra. Prima fece uscire il figlio, poi la moglie e infine lui. Proprio mentre stava per scappare fu raggiunto al volto da un proiettile sparato da un tedesco. Un colpo che gli trapassò da parte a parte la guancia. Ferito e sanguinante ebbe però la forza di scappare. Di mettersi in salvo insieme alla sua famiglia».
 E lei. Come riuscì poi ad abbandonare quell’inferno?
 
«Ero sotto shock, ma fui anche fortunato. Un soldato entrò in solaio per controllare se qualcuno si era nascosto. Ma forse ebbe ancora più paura di me e non si accorse della mia presenza. Quando quel tedesco uscì, scesi nella mia camera e strappai tutti i fili della luce. Poi rimase fermo a lungo prima di decidere di scendere al pian terreno, spalancare la porta che si affacciava sul retro della locanda. Una volta all’esterno corsi fino a Montalto, dove trovai riparo da una famiglia di amici. Il giorno successivo mi dissero che per i miei genitori non c’era più nulla da fare. I loro corpi erano stati bruciati all’interno della rimessa. La cosa spaventosa di queste rappresaglie era la bestialità dei soldati. La loro rabbia. Non si limitarono ad uccidere tutti gli ospiti della locanda, ma stuprarono le donne e saccheggiarono tutto».
 E’ tornato alla Bettola?
 
«Sono sempre presente durante le cerimonie di commemorazione. La locanda è stata ricostruita, ora c’è un piccolo monumento incomprensibile. Ma quel luogo rappresenta un capitolo della nostra storia».
 Perché ha deciso di rendere pubblica la sua storia?
 
«Credo che sia inutile tacere queste cose. E’ necessario ricordare questi fatti, per capire cosa è davvero accaduto in quegli anni terribili. In questo momento, poi, in Italia, c’è una cultura del revisionismo che non mi piace. Che serpeggia qua e là».
 Perché a distanza di oltre sessant’anni alcune ferite sono rimaste aperte?
 
«Penso che sia dannoso falsare la realtà della storia. Mi ricordo che subito dopo la Liberazione erano già cominciate queste voci per negare quanto successo e in particolare sul caso della Bettola. Anche da parte degli stessi partigiani non si è mai dato molto risalto a quell’eccidio: probabilmente non si voleva far emergere che i partigiani, dopo l’uccisione del loro comandante, si ritirarono immediatamente. Ma a loro non si può certo rimproverare nulla. Erano ragazzi giovanissimi, ancora inesperti».
 Facciamo un salto al 2009. Che pensa sull’apertura del primo centro sociale fascista a Reggio?
 
«Cerco di risponderle, come ho sempre fatto, lasciando da parte l’aspetto emotivo. L’apertura di un centro sociale come quello è il frutto inevitabile dell’andazzo italiano, del continuo slittamento verso governi e movimenti reazionari di destra e di destra estrema».
 Dopo la Liberazione lei si è laureato in Lettere dedicandosi all’insegnamento. Che messaggio ha lasciato ai giovani?
 
«Anche ai miei alunni, soprattutto negli anni Settanta quando la politica era sentita dai ragazzi, ho sempre cercato di infondere il principio della democrazia. Da una parte c’erano i comunisti e gli anarchici, dall’altra quelli del Movimento sociale. Quando i giovani si trovavano in cortile per picchiarsi, ho sempre detto loro che quell’atteggiamento era il più sbagliato possibile. Una reazione sbagliata, perché in democrazia non possiamo impedire a qualcuno di esprimere il proprio pensiero».
 Non ha mai cercato di trovare i responsabili dell’eccidio della Bettola?
 
«Questo avvenimento, insieme a più di 15mila morti avvenuti in altri 600 episodi simili, è stato sepolto nell’armadio delle vergogne dal ministero della Guerra. E’ stato ripescato una decina di anni fa e fu inviato alle procure militari di competenza. Per la Bettola il fascicolo fu aperto alla Spezia perché iniziassero i processi. Come è finita? Molto dei protagonisti erano già morti. Ma mi dica lei? Che senso avrebbe ora processare un vecchietto a distanza di 60 anni? La vendetta non fa per me».