Quirinale: la resa dei conti

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: l’ex capo del Movimento ieri avrebbe fatto confluire 120 voti grillini (dei 166 totali) su Mattarella

Salvini brucia candidati, Letta teme la crisi, Conte evoca il voto della base. Di Maio: «Stiamo andando tutti a sbattere, così si va a elezioni anticipate»

ROMA. «Se pensano di continuare a giocare così coi nomi, non hanno capito che stiamo andando tutti a sbattere. E che non ci sarà alternativa a una crisi di governo e al voto anticipato». Luigi Di Maio ha il passo svelto e un nugolo di parlamentari 5 stelle impensieriti accanto a sé quando lascia gli uffici della Camera dei deputati, nel gelo di un giovedì passato sull’ottovolante. «Hanno iniziato a giocare con Elisabetta Belloni, un profilo altissimo, una mia cara amica», dice il ministro degli Esteri smentendo chi invece descrive una distanza tra i due. «Nessuno può strumentalizzare una candidatura del genere: se c’è la volontà di votarla la si voti subito, con un accordo blindato tra tutti. Ma se poi un partito si tira indietro significa che quel che si vuole è solo spaccare la maggioranza. Portando inevitabilmente alle urne».

Dice, Di Maio, che non si fanno «tatticismi con profili così alti. O si punta a fare un accordo serio con tutte le forze di maggioranza, oppure si rischia». Perché quello che è accaduto al mattino su Belloni è successo poi a sera sul presidente del Consiglio di Stato Franco Frattini e forse su Giampiero Massolo. Certo, prima, su Sabino Cassese. Matteo Renzi ha detto – con una durezza inaspettata – che sembra X Factor. Enrico Letta, che ha passato il pomeriggio chiuso ad attendere segnali seri mentre Conte spariva per ore dopo pranzo e Salvini rilasciava le ennesime dichiarazioni contrastanti, a sera è esploso parlando di “scarsa serietà” e “provocazioni”. «Siamo in mano ai pazzi», dice ai suoi il leader di Italia Viva. «Dove vuole andare a parare Giuseppe?», si chiede sempre più preoccupato il segretario pd. E’ arrivato il momento del tutti contro tutti.

Le montagne russe sono cominciate quando Giuseppe Conte e Matteo Salvini hanno pensato di dover fare da soli. Di dover trovare loro, un nome, per evitare quello su cui entrambi hanno posto un veto: Mario Draghi. Nella disperazione di non sentirsi capito dal Partito democratico, creduto fino in fondo, con i gruppi che danno segnali di fedeltà più a Di Maio che alla loro legittima guida (120 dei 166 voti su Mattarella sarebbero stati coagulati dal capo della Farnesina), il presidente M5S ha cercato di stringere il più possibile un patto con l’ex nemico, l’uomo di cui aveva giurato non si sarebbe fidato mai più. E’ su quest’asse che è nata in una notte la candidatura di Elisabetta Belloni, accettata da Enrico Letta, ma poi subito ripudiata da un pezzo di gruppi parlamentari del Pd, degli stessi 5 stelle, di Italia Viva. Al Senato, si riuniscono i senatori pd. Andrea Marcucci è il più ostile, ma non è la sua opinione a colpire, quanto quella di un veterano come Luigi Zanda. «Belloni tra tutti i dirigenti dello Stato che ho conosciuto è quella di maggiore livello, ma stiamo molto attenti a metterla a scrutinio segreto a camere riunite. Se venisse bocciata, sarebbe un pasticcio gigantesco. Non solo non avremmo risolto il problema del Quirinale, ma avremmo bruciato il capo dei nostri servizi segreti. Non sono cose su cui scherzare. Non sono proposte sulle quali si può agire da dilettanti».

Non è al dilettantismo che credono Di Maio e, da ieri, Enrico Letta. Ma a un disegno che punta davvero a spaccare tutto. Che mette in conto di andare al voto sulle macerie. Il nome di Casini, su cui si è lavorato per tutta la notte di mercoledì, su cui Antonio Tajani e Licia Ronzulli avevano detto ai dem: «Siamo pronti a votarlo anche domattina» in una notte fatta di trame ed incontri, è stato silurato in un minuto da una dichiarazione alle telecamere del segretario della Lega. Puf, scomparso. C’era stata, prima, anche l’ira della leader di Fratelli d’Italia, ma quel che da giorni chiede Meloni agli alleati è di contarsi, di provare a portare un nome e capire quale sia la reale forza del centrodestra. «Io i miei 66 li ho, e voi?». Questa è la domanda che rimane inevasa, nella colazione più tesa di tutta la settimana insieme proprio a Tajani e Salvini, tanto che alla fine - alla quarta votazione – Lega, Fdi e Forza Italia scelgono di non votare sfilando veloci per evitare reciproci scherzi.

Mentre si dà in pasto alle agenzie il nome di Franco Frattini, di nuovo, dopo che Letta e Renzi avevano già detto no levandolo dal tavolo, si lavora seriamente a quello di Giampiero Massolo – così rivela un dirigente dem – che davanti alla questione più evidente ormai, e cioè che sul Quirinale possa saltare l’alleanza Pd-M5S commenta: «Non tutti i mali vengono per nuocere». Il clima è questo. Enrico Letta è in serie difficoltà: accusato all’interno di non aver lavorato abbastanza sul nome di Casini, in modo da metterlo al riparo dall’asse Conte-Salvini. Impensierito da un Movimento 5 stelle che dà segnali sempre più acuti di sofferenza. Perfino il Pd, in aula, si è messo a contare i secondi che i parlamentari passano dentro il catafalco in cui sono chiamati a votare: più di trenta secondi non è scheda bianca. Più di trenta secondi, è insubordinazione. C’è un deputato che sta dentro e conta: i suoi colleghi gli vanno addosso. «Ma dove siamo finiti, siamo ancora all’Unione sovietica?». I più duri, i giovani turchi Matteo Orfini, Fausto Raciti. «Non è col cronometro che si tengono compatti i gruppi, ma condividendo le scelte», questo spiegano i dem più preoccupati da una situazione che pare arrivata al limite. E che soprattutto nessuno più sembra avere sotto controllo.

Ai vertici del Movimento cominciano a fare i conti con la paura del bluff: «Se alla fine si andasse su Draghi – ragiona Giuseppe Conte con i suoi vicepresidenti – se Salvini ci tradisse, noi dovremmo mettere la decisione al voto degli iscritti». L’idea è quella di farla accompagnare da un video di Conte e Grillo che spiegano le ragioni del no. Assumendosi il rischio che Di Maio si porti via i 120 che non hanno votato scheda bianca per dare comunque il sostegno di mezzo M5S a Draghi e formare, forte di un nuovo gruppo, un altro governo. Per la prima volta, i 5 stelle mettono in conto anche la scissione. Talmente distanti sono le opinioni del presidente e del capo della Farnesina. Il punto è che a spaccarsi sarebbe anche l’alleanza di centrosinistra. Franerebbero tutte le alleanze previste per le prossime politiche. A fronte di un centrodestra che resterebbe unito (e che giusto se si tornasse su Mattarella vedrebbe spaccarsi il fronte Salvini-Meloni). Se è una strategia, è suicida. E il precipizio è appena a un passo.

(fonte: La Stampa)