Scuola, il governo fa dietrofront: didattica a distanza con almeno tre contagiati

L’intervento di Palazzo Chigi: «Le lezioni in presenza sono una priorità»

Sulla dad a scuola il governo fa dietrofront a distanza di sole 24 ore dalla circolare a doppia firma Istruzione e Salute che metteva in naftalina il protocollo varato il 3 novembre scorso, il quale manda a casa i ragazzi delle scuole primarie e secondarie soltanto in caso di tre o più contagi. Procedura alla quale dovranno ora continuare ad attenersi i presidi di medie e licei.

A fare inversione a U dopo la virata di lunedì, documentata da La Stampa, è questa volta una “specifica” alla circolare che ha irritato non poco il premier Draghi, il primo a metterci la faccia garantendo a suo tempo che la scuola sarebbe rimasta in presenza. «Si precisa che, anche in considerazione della sopravvenuta disponibilità manifestata dalla struttura commissariale, potrà essere mantenuto il programma di testing di cui alla circolare del 3 novembre scorso», è il nucleo della nota correttiva di ieri. Una svolta decisa quando il generale Figliuolo ha messo a disposizione i suoi militari per intensificare i test e garantire così lo svolgimento delle lezioni in presenza. Ma che non sembra aver convinto i tecnici della Salute, visto che poi i tamponi vanno analizzati dai laboratori delle Asl già sovraccarichi di lavoro.

«Non ci sarà alcun ritorno in dad in caso di un solo alunno contagiato», faceva trapelare in serata Palazzo Chigi, preannunciando la nota esplicativa con malcelata irritazione. Quella che poco prima aveva spinto Draghi a chiedere di innestare la retromarcia, tanto più dopo aver ricevuto rassicurazioni da parte del titolare dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, che la situazione non è poi così drammatica come invece sostengono le regioni, che a gran voce avevano chiesto la sospensione del protocollo. Infatti ad oggi solo l’1% delle classi si troverebbe in dad, percentuale che supera appena il 2% in Friuli, Marche e Veneto.

Resta però il fatto che insegnanti e presidi da tempo contestano l’applicabilità del protocollo, visto che le Asl, già sovraccariche di tamponi da eseguire e analizzare, non ce la fanno a garantire soprattutto il secondo test di conferma della negatività, lasciando così ai dirigenti scolastici la responsabilità di decidere se lasciare in classe o meno studenti che non si è sicuri siano effettivamente negativi.

Fatto sta che con la nuova giravolta nelle scuole primarie e secondarie tutto resta com’è. Ossia, se il contagiato è soltanto uno gli alunni restano tutti in presenza, ma vanno sotto osservazione con un tampone molecolare o rapido da fare subito e un altro a distanza di 5 giorni e nel frattempo frequentano le lezioni. Ma potranno ancora finire in quarantena se vengono giudicati contatti stretti del contagiato. Che non sono però quelli della definizione classica di 15 minuti a distanza inferiore di 2 metri. Perché sarà ogni qual volta il medico del dipartimento di prevenzione della Asl «sulla base di valutazioni individuali del rischio» a individuare le persone che «necessitano di quarantena, a prescindere dalla durata e dal setting in cui è avvenuto il contatto», in base ad esempio al mancato o scorretto utilizzo delle mascherine. O magari perché in classe c’è il fidanzato o la fidanzatina con i quali ci si è scambiati effusioni anche se per pochi minuti. Nel caso degli insegnanti il “suggerimento” è quello di considerare a rischio chi «nelle 48 ore precedenti abbia svolto in presenza 4 o più ore, anche cumulative, all’interno della classe».

Il rischio di quarantena si alza se i contagiati in classe sono due. In questo caso vaccinati e guariti negli ultimi sei mesi fanno soltanto i due test mentre i non vaccinati vanno in quarantena. Se poi i casi diventano tre o più in dad ci va l’intera classe, insieme anche agli insegnanti

(fonte: La Stampa)