Educazione talebana, viaggio nella madrasa dove si formano le nuove leve del “puro Islam”

ALESSIO ROMENZI

Bandite ragazze, scienze e lingue, soltanto Corano a memoria. Così l’Emirato vuole cancellare la generazione di studenti istruita per vent’anni dagli «usurpatori occidentali»

Quando chiedo al Mufti Hayatullah Masroor di scegliere un testo per la lezione del mattino nella madrasa Al-Jami’a Al-Islamiya Al-Mohammadia-Kabul che supervisiona a Qala Haidar Khan, un villaggio nella provincia di Kabul, prende tempo, si avvicina allo scaffale dove tiene ordinati i libri, lo sfoglia, sceglie accuratamente le righe e legge a voce alta questo hadit: «Ho sentito il Messaggero di Allah dire: “Ogni donna che muore entrerà in Paradiso se Dio è stato contento della sua condotta”».

Di fronte a lui una ventina di studenti. Il più piccolo è suo figlio, ha sei anni, siede in fondo all’aula, gli altri sono tutti adolescenti. Lo ascoltano col capo chino coperto dal turbante, le mani conserte sulle ginocchia, in un silenzio che è già devozione.

Servitore dell’Islam

Il testo che legge il Mufti Hayatullah Masroor è uno dei 600 opuscoli scritti dal fondatore della scuola coranica, lo Shaik Mohammad Zahed Azizkhel, studioso della provincia di Logar, specializzato in studi religiosi e giurista noto nel mondo per le sue pubblicazioni, “un grande servitore dell’Islam” lo definiscono tutti, qui.

Formatosi in Pakistan, ha insegnato materie islamiche nelle madrase di 16 province afghane. Quando si ha notizia del suo arrivo, dice il Mufti, i villaggi si fermano e le famiglie pregano che i figli siano ammessi alle lezioni. La sua prima volta al villaggio è stata dieci anni fa, teneva brevi seminari a cinquecento studenti della zona. Non c’erano libri, né spazio a sufficienza, ma nessuno ha desistito, lo ascoltavano seduti al freddo, e dormivano a terra per ascoltarlo ancora, il giorno successivo «le sue lezioni erano la nostra sfida al regime precedente» dice Mufti Masroor, impilando di fronte a me, l’uno sull’altro i testi del fondatore e donandomene uno, in francese, che indica le norme di buon comportamento per le sorelle di fede islamica.

Nel 2018 dai seminari brevi è nata una scuola, costruita su un’area di un ettaro e costata finora 12 milioni di afghani (circa centomila euro), fondi privati, dice il Mufti, raccolti dallo Shaik Mohammad Zahed Azizkhel tra uomini d’affari che lo sostengono, soprattutto in Pakistan.

In classe 24 ore al giorno

L’edificio è ancora in costruzione, in molte finestre mancano i vetri, solo una manciata di aule ha la stufa, nonostante questo 150 ragazzi vivono nella scuola per imparare a memoria il Corano e seguire i corsi di specializzazione di studi islamici e giurisprudenza, che durano due anni.

Centocinquanta che dovrebbero diventare 1.500 in due anni.

Una vita chiusa nelle mura della scuola, un programma di 24 ore al giorno. Dall’alba a mezzogiorno in classe, poi il tempo della preghiera, poi di nuovo lo studio individuale dei testi fino a sera. Una paura di due ore e ancora esercizi di memoria sul Corano, e infine la scrittura fino alle 23. È la pura istruzione del puro islam, ripete più volte il Mufti, solo istruendo i giovani così, spiega, «i regolamenti del popolo afghano saranno condotti in conformità con l’Islam e sotto la supervisione degli Ulema (studiosi religiosi)».

Le madrase sono state a lungo l’unico modo per le fasce più vulnerabili della popolazione di dare un’istruzione ai propri figli, che lì venivano accolti, protetti, nutriti e vestiti: non ci sono tasse, nessuno paga né per studiare né per il vitto e l’alloggio. Le madrase arrivavano, in Afghanistan, dove non arrivava lo Stato: il governo di Kabul ha storicamente destinato poche risorse all’istruzione delle aree rurali, consentendo così alle scuole coraniche di crescere in numero e influenza. È in quelle aule che è cresciuta la maggioranza dei giovani che la scorsa estate è entrata a Kabul, fucile in spalla, a sventolare la bandiera della vittoria. Anche forti di questo, da quando si sono insediati al potere i taleban hanno ribadito che il Paese non avesse più bisogno dei giovani diplomati negli ultimi vent’anni, istruiti degli eserciti usurpatori a cambiare le tradizioni del Paese.

Diplomati inutili

Lo ha detto chiaramente il ministro dell’istruzione, Abdul Baqi Haqqani, durante il primo incontro con i docenti universitari: «I diplomati che ereditiamo dagli anni di occupazione sono inutili». Le decisioni dei primi mesi di governo sono state coerenti: dichiarato irrilevante l’apprendimento, le lingue e le scienze, i taleban hanno vietato alle ragazze di andare a scuola e definito le scuole coraniche «l’unica borsa di studio di cui il Paese ha bisogno», un chiaro riferimento ai soldi spesi dall’Occidente per finanziare progetti scolastici dal 2001 a oggi. L’istruzione è stata considerata una delle storie di successo degli aiuti internazionali, lo scorso anno in Afghanistan il 67% dei ragazzi e il 48% delle ragazze risultavano iscritti a scuola secondo i dati della Banca mondiale, significa che sotto la tutela della comunità internazionale avessero accesso allo studio un numero di giovani nove volte superiore rispetto al periodo del primo emirato islamico, tra il 1996 e il 2001.

Il ritorno dei mullah

Oggi, per i taleban, contestare il paradigma educativo precedente non significa solo cercare una continuità con il passato – le ragazze bandite dalle classi – ma significa anche riportare i mullah dove gli occidentali avrebbero voluto costruire i nuovi leader dell’Afghanistan. «Vedete che i mullah e i taleban al potere non hanno un dottorato, un master e nemmeno un diploma di scuola superiore, ma sono i più grandi di tutti» ha detto il viceministro all’istruzione, in riferimento alla formazione religiosa dei membri di governo, anche loro, come il fondatore della madrasa che mi ha accolto, formati nelle scuole coraniche pachistane, quasi tutti da uno dei seminari più antichi del paese, Darul Uloom Haqqania, a cui deve il nome la rete Haqqani, l’ala militare dei taleban, responsabile di alcuni tra i più efferati attentati degli ultimi anni.

L’università della jihad

Gli analisti la chiamano l’«università della jihad», ritenendola il terreno che ha alimentato la violenza nella regione per decenni, sono usciti da lì Sirajuddin Haqqani, su cui pende una taglia di 5 milioni di dollari dal governo degli Stati Uniti, attuale ministro degli Interni di Kabul, e ancora Amir Khan Muttaqi, il ministro degli Esteri e - nemmeno a dirlo - Abdul Baqi Haqqani, il ministro dell’Istruzione Superiore. Anche questo, dunque, è il messaggio delle nuove decisioni sulla scuola, per vent’anni avete promosso l’istruzione per tutti, sembrano sussurrare le mura della madrasa, ma abbiamo vinto noi, gli studenti coranici.

E dunque il nostro modello diventerà il modello per tutti.

Il Mufti Hayatullah Masroor, nella madrasa del villaggio vicino Kabul, lo rivendica: niente specializzazioni, qui: niente inglese, niente matematica «forse un giorno includeremo queste materie nel nostro curriculum, ma è decisamente prematuro pensarlo ora. Pensiamo ad accogliere chi ha bisogno, ci sarà tempo per le altre discipline».

Vero è che senza specializzazioni, però, non si faccia funzionare la macchina dello Stato.

Se l’istruzione è uno degli obiettivi principali delle nuove politiche talebane è legittimo domandarsi chi e con quali competenze risolverà la paralisi bancaria, chi farà funzionare la macchina amministrativa e quella diplomatica, chi tamponerà la crisi umanitaria?

La parata del vincitore

Passata l’euforia della vittoria, ai giovani taleban ai check point restano le armi in spalla e le tasche vuote, giovani che sbandierano i valori del “puro” islam in una costante parata del vincitore. Parata fragile, però, perché esibita di fronte a un tracollo economico che ha bisogno di soluzioni urgenti, e specialisti capaci di gestirla. Come quelli cresciuti nelle scuole e le università dei vent’anni passati, abilità necessarie per ricostruire il paese e a cui, forse, presto o tardi, i taleban saranno costretti a chiedere aiuto e cooperazione, per liberare i miliardi di dollari in fondi bloccati e riattivare la macchina amministrativa, svuotata degli impiegati e dei funzionari e occupata dagli studenti che sanno a memoria il Corano ma non conoscono la matematica.

I diritti delle donne

Nella mattina in cui sono stata ammessa alle lezioni della madrasa, il Mufti Hayatullah Masroor ha insegnato grammatica e letto un testo dedicato alle donne. Quando ho domandato perché avesse scelto proprio quello, tra tanti, ha detto che l’ha fatto per dimostrare che «è possibile per le donne ricevere un’istruzione ma solo in conformità con la Sharia islamica, cioè in base alle loro esigenze».

Esigenze scritte su un’interpretazione del mondo che ha spiegato ai suoi studenti più o meno così: le donne sono esseri umani preziosi e vanno protetti, per questo alla nascita sono protette dal padre, poi dal marito e infine dai figli, che si prendono cura di loro. Questa, ha detto, è la dimostrazione che le donne abbiano più valore degli uomini, sono sostenute da che sono in vita, non hanno bisogno di lavorare, né devono preoccuparsi di problemi finanziari. Sono anzi gli uomini, i loro servitori. Per questo la scuola non è una necessità.

Gli studenti annuivano.

Per un po’ ho pensato che la lezione, più che a loro, fosse indirizzata a me, la parte per il tutto dell’occupante occidentale.

Poi il Mufti ha detto queste parole: «I diritti delle donne promossi dai Paesi occidentali sono in contraddizione con la nostra religione e la nostra tradizione e gli invasori non saranno mai in grado di imporre tali diritti, se non al prezzo di una guerra, come quella che hanno appena perso».

E allora ho capito che non era per me, la lezione, ma che ne ero l’oggetto. Presentata ai taleban del futuro a testimonianza di una sconfitta, di fronte a loro, studenti vincitori. 

(fonte: La Stampa)