Coronavirus in Italia, il bollettino del 10 gennaio 2022: 101.762 nuovi casi, 227 decessi. Superati i 2 milioni di attualmente positivi

Indice di positività al 16,6 per cento. I numeri di oggi farebbero andare in arancione Piemonte e Calabria per effetto della maggiore pressione sugli ospedali

Come dopo ogni week-end scendono i contagi, oggi 101.762 contro i 155.659 di ieri, ma con circa 300mila tampini in meno, tanto che il tasso di positività sale dello 0,9 al 16,6%. In salita da 157 a 227 i decessi, mentre si contano 11 ricoverati in più nelle terapie intensive e 693 nei reparti di medicina. Numeri che oggi farebbero andare in arancione Piemonte e Calabria per effetto della maggiore pressione sugli ospedali. 

Sono oltre due milioni gli italiani attualmente alle prese con il Covid, per la prima volta dall'inizio dell'epidemia. Il bollettino di oggi, con 101.762 nuovi casi, porta il totale dei positivi a 2.004.597. Di questi, la stragrande maggioranza, 1.986.651, combattono contro il virus a casa in isolamento domiciliare, mentre per 16.340 positivi è stato necessario il ricovero nei reparti ordinari, e 1.606 sono in terapia intensiva.

Scendono da 10.240 a 8.571 i casi in Piemonte dove si contano 13 decessi, mentre il tasso di positività cala dal 16,5 al 13,5%.

Quasi dimezzati da 36.858 a 17.581 i contagi in Lombardia, dove il tasso di positività sale però dal 19,3 al 20,4% mentre i decessi passano da 38 a 61.
In Liguria a rischio arancione casi in salita da 1.532 a 2.204 con il tasso di positività che dall’8,5 si impenna al 23,1% mentre sono 3 in meno i ricoverati in terapia intensiva. Casi in calo da 1.361 a 1.135 in Alto Adige, dove in tamponi molecolari sono per la metà di ieri.

Per effetto del minor numero di tamponi casi quasi dimezzati da 13.973 a 7.492 in Veneto, dove si contano anche 24 decessi mentre si liberano 2 letti nelle terapie intensive.
Dimezzati d 3.100 a 1.601 anche i casi in Friuli Venezia Giulia dove lo stesso andamento al ribasso sin registra però per i tamponi molecolari, mentre sono 4 i letti occupati in più nelle terapie intensive.

Casi in flessione da 17.698 a 14.194 in Emilia Romagna, dove si contano anche 16 morti e 4 letti in più occupati nelle terapie intensive.

In Toscana scendono da 12.454 a 5.790 i contagi con 18 decessi e due letti in meno occupati nelle terapie intensive.

Calano da 12.828 a 9.445 i contagi nel Lazio dove si contano però 19 decessi contro i due di ieri mentre sono 3 i letti in più occupati nelle terapie intensive.

Vanno già da 4.904 a 2.813 in Puglia dove in tamponi molecolari sono più che raddoppiati mentre si cintano 5 letti in più occupati da pazienti Covid nelle terapie intensive.

Restano stabili a quota1.616, appena 70 meno di ieri, i contagi in Calabria a rischio arancione per i ricoveri.

A livello nazionale, il 17% dei posti in terapia intensiva è occupato da pazienti Covid (era l'11% il 24 dicembre) e il tasso cresce in 9 regioni in 24 ore: PA Trento (29%), Calabria (al 18%), Emilia Romagna (17%), Friuli Venezia Giulia (21%), Lazio (21%), Liguria (21%), Lombardia (16%), Umbria (15%), Veneto (21%). È quanto emerge dal monitoraggio Agenas del 9 gennaio. Il tasso è stabile oltre la soglia del 10% in Abruzzo (15%), Campania (11%), Piemonte (23%), Sardegna (12%), Sicilia (16%), Toscana (20%), Valle d'Aosta (18%). In calo Marche (21%), PA Bolzano (18%). Stabili sotto il 10% Basilicata (3%), Molise (5%) e Puglia (8%).
A livello nazionale il tasso di occupazione di posti letto occupati da pazienti Covid nei reparti di medicina sale invece al 24% e, in 24 ore, il tasso cresce in 13 regioni: Valle d'Aosta (torna 45%), Abruzzo (22%), Calabria (al 36%), Campania (23%), Friuli (27%), Lazio (23%), Lombardia (28%), Molise (16%), PA Bolzano (16%), Piemonte (30%), Sicilia (30%), Toscana (21%), Umbria (30%). Stabili oltre soglia del 15%: Basilicata (19%), Emilia Romagna (21%), Marche (25%), PA Trento (20%), Puglia (16%), Veneto (23%). L'unica sotto soglia è la Sardegna (stabile a 12%). Il tasso è in calo ma alto in Liguria (36%).
Percentuali che fanno lanciare l’allarme alla Società italiana di chirurgia (Sic) per la drammatica riduzione degli interventi, che nelle regioni vanno dal 50 all'80%e che spesso non rendono possibile operare neanche i pazienti con tumore perché non si ha la disponibilità del posto di terapia intensiva nel postoperatorio. «Le Aziende sanitarie sono costrette a destinare ampi spazi di ricovero ai pazienti Covid e le terapie intensive sono in gran parte occupate da pazienti principalmente No Vax - spiega la Sic - si assiste all'aggravamento delle patologie tumorali che spesso arrivano tardi in ospedale ormai inoperabili».

«Fino a metà dicembre le reinfezioni erano circa l'1% del totale dei casi notificati di Covid. Nelle ultime due settimane, anche se il dato è in fase di consolidamento, aumenta la percentuale delle reinfezioni che è salita al 2.4% nella settimana precedente e al 3.1% nell'ultima settimana. Quindi è verosimile che chi si è infettato con la Delta, oggi si sta reinfettando con la omicron. Oggi è difficilissimo dire il contrario». Ad affermarlo è Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe.

«Il dato sui grandi numeri dice che a fronte di un tasso di reinfezione che è stato da agosto fino a due settimane fa all'1%, adesso è al 3%». Quanto al picco, ha sottolineato, «quando avremo il picco è difficile dirlo. Al momento abbiamo la circolazione di due varianti, la più contagiosa che è la omicron e l'altra meno contagiosa che è la Delta e nelle diverse regioni la prevalenza della circolazione delle diverse varianti è sostanzialmente diversa. Immaginare quando sarà il picco nazionale è impossibile dirlo perché potrà vedere situazioni regionali completamente diverse. In questo momento è importante vedere i segni di rallentamento della salita della curva e in questo momento purtroppo non lo stiamo vedendo». Tutti i governi, ha rilevato inoltre, «dovrebbero avere imparato che la ricetta giusta per fronteggiare il Covid è un mix di tempestività e flessibilità utilizzando gli strumenti a disposizione, però tenendo conto che il virus ci continua a sorprendere per la sua capacità di aggirare gli ostacoli. Se noi avessimo introdotto l'obbligo vaccinale all'inizio dell'autunno, se avessimo cominciato le terze dosi a tambur battente a metà settembre invece che a novembre, se avessimo introdotto l'obbligo delle ffp2 a inizio dicembre quando cominciava a circolare la variante omicron, oggi verosimilmente saremmo stati un po' meglio, però bisogna essere molto tempestivi e per essere tempestivi ci vogliono decisioni senza compromessi politici al ribasso perché purtroppo questi sono i risultati».

La cosiddetta `variante Deltacron´, la versione del virus SARS-CoV-2 frutto di un'ibridazione della variante Omicron con quella Delta che è balzata agli onori delle cronache negli ultimi giorni, potrebbe invece essere il frutto di un semplice artefatto, un errore di analisi di laboratorio. È questo il sospetto che con sempre con più insistenza circola nella comunità scientifica.

«È pressoché certo che una variante ibrida tra Delta e Omicron si possa generare perché fenomeni di ricombinazione sono ben note e sono già state osservate, per esempio, tra la variante Alfa e quella Delta. Nel caso specifico, però, le 24 sequenze depositate dai ricercatori ciprioti sono state analizzate abbastanza nel dettaglio da diversi gruppi di ricerca che concordano con il fatto che con ogni probabilità si tratta di un artefatto», spiega Marco Gerdol, ricercatore all'Università di Trieste.

Nella notte Leonidos Kostrikis, a capo del laboratorio di Biotecnologia e Virologia molecolare dell'università di Cipro, in un'intervista a Bloomberg ha ribadito la correttezza dei loro dati, sostenendo che l'errore è improbabile dal momento che i genomi sono stati analizzati in diverse procedure e in più di un paese; inoltre è stata riscontrata almeno una sequenza provenienti da Israele con le caratteristiche di `Deltacron´.

Le obiezioni cipriote però non convincono i ricercatori: «Se andassimo ad analizzare tutti i genomi potremmo trovare migliaia di casi apparentemente ibridi. Alcuni studi fatti in passato hanno però rilevato che solo il 30% delle sequenze che sembrano ibride lo sono realmente. Il più delle volte si tratta di semplici errori di sequenziamento, che non sono rari nel momento in cui diverse decine di campioni vengono analizzate in parallelo. Inoltre, sappiamo da tempo che alcune regioni genomiche sono più sensibili a questi tipi di contaminazioni e sono proprio quelle interessate da queste 24 sequenze», aggiunge il ricercatore. «Al momento, quindi, non c'è preoccupazione. Inoltre, qualora si verificasse una ricombinazione tra Delta e Omicron, non c'è nessun motivo di ritenere a priori che la nuova ipotetica variante debba prendere il `peggio´ delle due, cioè la maggiore virulenza di Delta e la più alta trasmissibilità di Omicron», conclude Gerdol.

L'Ema ha intanto iniziato a valutare una domanda di autorizzazione all'immissione in commercio per il medicinale antivirale per via orale orale Paxlovid. La domanda è di Pfizer Europe. Il risultato è atteso nelle prossime settimane.

(fonte: La Stampa)