Zaki, l’attesa per la sentenza: rischia 5 anni. “Se lo condannano Draghi chieda la grazia”

L’appello di Amnesty per lo studente egiziano in carcere da 22 mesi. Dopo Bologna, manifestazione a Roma

Non è fiducioso, Mohamed Abbas. È uno dei migliori amici di Patrick Zaki, tra gli animatori della campagna per la sua liberazione. È arrivato a Bologna da Berlino, dove vive, per partecipare alla manifestazione di solidarietà per il 30enne egiziano, studente dell’università Alma Mater, in carcere a Il Cairo da 22 mesi. «Non c’è stata abbastanza pressione sul governo egiziano da parte della comunità internazionale – spiega Abbas – ad esempio, il Parlamento italiano aveva deliberato il conferimento della cittadinanza a Patrick, ma questo non si è tradotto in alcun provvedimento concreto». Un centinaio di persone riunito ai Giardini Margherita di Bologna, dove in primo piano c’è una gabbia, con dentro l’ormai famosa immagine stilizzata di Zaki (barba, occhiali e capelli folti) e la scritta «Patrick libero». Due giorni fa, il ragazzo è stato trasferito dalla prigione di Tora a quella di Mansoura, sua città natale, 130 chilometri a Nord della capitale, dove oggi è prevista una nuova udienza. I suoi avvocati presenteranno una memoria. Il giudice della Corte suprema della Sicurezza dello Stato per i reati minori, oltre eventualmente a replicare alla memoria, deciderà se aggiornare ancora l’udienza o pronunciare una sentenza inappellabile. Zaki rischia una condanna fino a 5 anni di carcere, per un articolo pubblicato online e alcuni post su Facebook, in cui criticava il governo egiziano per non aver fatto abbastanza per proteggere la comunità copta cristiana. È stato anche accusato di terrorismo e attentato alla sicurezza nazionale: imputazioni sospese, ma ufficialmente non sono decadute.

Mohamed teme il peggio e si fa portavoce della preoccupazione di amici e familiari per le condizioni mentali e fisiche di Zaki, dovute alla prolungata detenzione: «Negli ultimi 600 giorni Patrick ha dormito in una cella molto piccola, sul pavimento, ha problemi alla schiena, alle ginocchia – racconta –. Per non parlare dello stato mentale, che sta peggiorando». Non è ottimista nemmeno Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che ha organizzato la manifestazione di ieri pomeriggio. «Temiamo il peggio, speriamo il meglio – dice – ci auguriamo che il giudice riconosca che c’è stato un errore, ma se Patrick verrà condannato, la nostra campagna proseguirà».

Poi guarda avanti: «Se si arriverà a chiedere la grazia al governo di Al Sisi, vogliamo che su quell’atto ci sia anche la firma, politica, del premier Mario Draghi. È veramente il momento che l’Italia, con tutte le sue istituzioni, dica che quella di Patrick è anche una storia italiana». L’obiettivo è non arrivare a toccare i due anni di carcere, perché «il 7 febbraio saranno due anni dal suo arresto e vorremmo non dover fare un’altra manifestazione: quel giorno vorremmo essere di nuovo qui con Patrick, e non senza». Oggi, alle 17.30, Amnesty ha organizzato un presidio in piazza Bocca della verità, a Roma, dove si attenderà l’esito dell’udienza.

(fonte: La Stampa)