Torna la Mala del Brenta: arrestati 39 capi della banda

Se non ti allontani mai veramente dal tuo passato, prima o poi quello ti verrà a cercare. Non importa se avrete cambiato volto e nome, sia tu che lui, sarà comunque una resa dei conti, scandita dal contrappasso. Felice Maniero, parlando delle regole della «sua» mala del Brenta, per differenziarla da quelle del Sud, aveva detto: «Tra di noi non ci si ammazzava per convenienza. Doveva essere punito o uno che ci voleva uccidere o uno che aveva tradito ed era dannoso». Inevitabile che i 39 intenzionati a rimettere insieme la banda dopo qualche anno di galera dovuto alle sue rivelazioni volessero ammazzarlo. Imprevedibile che a salvarlo fosse un’altra condanna, dovuta al suo persistente istinto di sopraffazione, stavolta rivolto alla compagna: «Fai cento flessioni! Non sai con chi ti sei messa, io comandavo cinquecento uomini». No che non era andato lontano da se stesso.

Ogni volta che nella cronaca sbuca la cosiddetta faccia d’angelo di questo piccolo grande delinquente siamo costretti a confrontarci con la sua biografia zeppa di porte lasciate aperte, con le zone grigie della legalità nel Nord-Est, con le «distrazioni» dello Stato e con la fascinazione sospetta per certe storie, la nostra maledizione.

Felicetto, dunque. Dove eravamo rimasti? A un video su YouTube in cui appariva presentandosi come giornalista d’inchiesta («io che ho la terza media, sarà un successo») e, come un qualunque «gonzonauta» sparava cifre tratte da qualche «attendibilissimo sito» sulle microplastiche presenti nelle acque potabili dei rubinetti. Preoccupato per la salute dei bambini, annunciava una start-up che avrebbe risolto il problema. Sarebbe stato il naturale seguito della sua impresa per la depurazione che aveva acquisito due brevetti per sistemi di filtraggio, il patrocinio di un ministero che non dovrebbe concederne per fini di lucro, il bollo di un altro, puntualmente smentiti ma mai ritirati («Non sono un bugiardo, è il ministero che è un pinocchio lungo quanto una casa»). Doveva esserci un secondo video, ma è bloccato. Nel frattempo Maniero è stato arrestato, processato e condannato a 4 anni (la sua salvezza) per abusi sulla compagna. Ammissioni? «Qualche insulto». «Schiaffi, ma rarissimi». In una lettera alla figlia diciottenne usata come scudo per evitare le manette («Non portatemi via, fatelo per lei») ha scritto, sul retro dell’ordinanza di custodia cautelare: «Torno presto, ma tu studia, vai avanti. Solo così mi fai felice. Mamma ha ingigantito tutto e raccontato cose che non ho mai fatto nemmeno quando ero giovane».

A sei anni ha avuto la prima pistola, dallo zio. A 12 anni i furti. A 16 il battesimo della rapina a mano armata. Ha commesso 7 omicidi e si è pentito soltanto per uno, la ragazza sul treno, quello sbagliato. Del resto non si è pentito davvero, ma ha collaborato con la Giustizia. Ranghi dello Stato hanno collaborato con lui. Le sue evasioni sono state permesse da guardie corrotte. Le sue «agevolazioni» ottenute come riscatto per reliquie di santi. «A casa ne ricevevo tre o quattro ogni giorno, di potentati», si è vantato. Sempre sprezzante, anche ora che ha saputo di essere nel mirino dei suoi successori, arrestati nell’operazione Papillon (Maniero preferiva il cache-col).

«Li disconosco», ha detto tramite il suo avvocato. Loro però conoscono lui. Molti facevano parte della fazione di Mestre della sua banda, hanno trafficato insieme, ne volevano riproporre i metodi: rapinare, taglieggiare, intimorire. Di certo mancavano della sua capacità di relazioni, a ogni livello. A leggere le loro attività si entra nella zona grigia: gestivano il giro dei motoscafi non autorizzati che portano via turisti al trasporto regolare; avevano rapinato un imprenditore che aveva appena ceduto la sua attività e viaggiava con il ricavato: 600 mila euro in contanti. Se questo tipo di affari in nero è possibile, se esistono gli scafisti «alternativi» così come i cambisti fuori dai casinò a cui la vecchia e nuova mala impongono il pizzo, non sarà perché lo si consente? Al processo in cui fece le sue rivelazioni Maniero guardò in faccia il boss mafioso Fidanzati e fu l’unico che non si prese insulti: «Lo sguardo è territorio», spiegò il magistrato Francesco Saverio Pavone. Dove è rivolto quello dello Stato?

La compagna di Maniero è in una casa protetta. Lui, altrettanto, per almeno altri due anni, in un carcere da cui non dovrebbe, stavolta, evadere. La figlia sarà tutelata (un’altra è morta per un suicidio sospetto). I 39 che volevano ricreare il passato al presente sono innocui. Tra i loro obiettivi c’era il controllo del turismo in laguna, al ritorno dopo la stretta del Covid. Il virus si è portato via il dottor Pavone, l’uomo che aveva il più limpido sguardo sul territorio.

(fonte: La Stampa)