Omicron, Anna Teresa Palamara: “Finora nessun caso grave, con i richiami possiamo fermarla”

La responsabile del dipartimento malattie infettive dell’Iss: «Contagiati per lo più asintomatici, i primi dati in arrivo dal Sudafrica sono incoraggianti. La terza dose sarà decisiva per mantenere l’efficacia del vaccino»

E se Omicron, che ha gettato nel panico Borse e capi di governo, fosse invece il segnale che il virus sta diventando meno pericoloso? «Al momento i casi che si sono registrati sembrano per lo più caratterizzati da sintomi lievi, ma per ora non disponiamo di elementi tali da fare previsioni sulla sua patogenicità. Tutti i virus tendono ad adattarsi al loro ospite, ma non possiamo sapere quando questo avverrà, serve tempo e studio per capire», afferma accendendo una luce di speranza Anna Teresa Palamara, capo del dipartimento malattie infettive dell’Iss che sta studiando la nuova variante.

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Che idea vi siete fatti sulla sua contagiosità e capacità di far ammalare le persone?

«Nei nostri laboratori stiamo attivamente cercando di studiare la variante. Per saperne di più occorreranno ancora settimane. I dati sudafricani che abbiamo potuto esaminare ci dicono che la sua trasmissibilità è oggettivamente più alta. Questo probabilmente è in relazione al fatto che le mutazioni si concentrano in modo particolare sul sito della proteina spike che si lega al recettore presente sulla membrana della cellula rendendo più efficiente l’infezione. Questo però significa solo che il virus è più trasmissibile, non ci dice nulla sulla sua aggressività. I dati definitivi non sono ancora disponibili ma quello che sappiamo ci fa ben sperare. Anche le informazioni che ci arrivano dal Sudafrica convergono nel dire che i contagiati da Omicron sono per lo più asintomatici o con forme non gravi di malattia».

Vuol dire che pur diventando più contagioso il virus sta diventando meno «cattivo»?
«È nella logica dei virus tendere mano a mano ad aumentare la loro capacità di trasmissione, attenuando la loro patogenicità. Perché è nel loro interesse salvare l’organismo nel quale vivono e replicano. Ma non è questo il momento di abbassare la guardia, perché tutti i ceppi circolanti di SARS-CoV-2 sono in grado di arrivare ai recettori dell’apparato respiratorio profondo e di molte cellule dell’organismo, generando forme gravi e anche letali di malattia».

La sensazione è che i vaccini tengano o sbagliamo?
«No, perché al momento i vaccini progettati contro il virus originario si sono dimostrati efficaci contro tutte le varianti e per ora nulla fa pensare che non sia così anche per Omicron. Sappiamo che dopo un certo arco di tempo la loro efficacia rispetto al rischio di contagio tende a diminuire. Ma ci proteggono ancora in percentuali alte dal pericolo di andare incontro a forme gravi di malattia. Questo deve darci tranquillità, spingerci a vaccinarci e fare il booster».

A proposito di booster, la decisione della Gran Bretagna di somministrarlo a tutti gli over 18 dopo solo tre mesi non rischia di prestare il fianco a chi dice «se durano cosi poco che mi vaccino a fare»?
«Attualmente tutti i dati a nostra disposizione ci dicono che la risposta immunitaria generata dai vaccini resta alta almeno fino a sei mesi. In alcune persone anche oltre. La scelta fatta dal governo italiano di somministrare il booster dopo cinque mesi mi sembra ragionevole».

Si dice sempre che il sequenziamento è fondamentale per il controllo delle varianti, ma poi il vostro report evidenzia che diverse Regioni ne fanno meno dell’1%. Come mai?
«Quel dato non rispecchia del tutto la realtà dei fatti. Alcune Regioni stanno riscontrando delle difficoltà, dovute al sovraccarico di questi giorni, nel trasmettere i dati al sistema di sorveglianza integrata, che poi pubblica il bollettino che lei ha visionato. Ma la rete di sequenziamento sta funzionando, tutti i laboratori regionali sequenziano con regolarità e chi è preposto a monitorare la situazione, noi compresi, lo sta facendo. Tant’è che siamo stati rapidissimi nell’individuare la circolazione della variante Omicron. E questo grazie alla piattaforma Icogen dell’Iss, dove i laboratori regionali depositano le sequenze eseguite».

L’Ecdc dice che bisognerebbe sequenziare almeno il 5% dei virus, noi a che punto siamo?
«Al 4,9%. Ma chiariamo un errore di fondo. La raccomandazione dell’Ecdc non si riferisce alla percentuale dei tamponi da sequenziare, bensì alla capacità di rilevare con il sequenziamento se una variante circola almeno per il 5% del totale. E noi in questo momento facciamo molto meglio, perché siamo in grado di individuare virus che hanno una diffusione tra l’1 e il 2,5%, come documenta il sito dello stesso Ecdc. A breve poi lanceremo una flash survey che in un giorno fotograferà la prevalenza delle varianti che stanno circolando nel Paese».

In attesa di saperne di più, cosa dobbiamo fare per impedire a Omicron di dilagare?
«Prima di tutto vaccinarci e fare i richiami, che servono a svegliare le cellule della memoria, che ci proteggono non solo dalla malattia ma anche dal contagio. Poi le classiche e sempre efficaci regole: usare le mascherine, rispettare il distanziamento, igienizzare le mani. Infine il tracciamento, essenziale a rompere la catena dei contagi».

Ma servono veramente nuovi vaccini contro Omicron?
«Per il momento quelli disponibili si sono rivelati efficaci con tutti i tipi di varianti. Mantenendo elevata la risposta immunitaria con i richiami credo che possano conservare la loro efficacia anche contro questa».

Per concludere che Natale passeremo?
«Sereno se lo affronteremo con il realismo e la prudenza necessari in questo momento. Se si rispettano le misure di sicurezza e ci si vaccina si può vivere in tranquillità e senza rinunciare a viaggi o alla classica tavolata familiare, sempre rispettando le regole igieniche fondamentali ed evitando di stare proprio gomito a gomito. Per un buon Natale usiamo la testa, ma niente panico».

(fonte: La Stampa)