Referendum, quando le riforme costituzionali sono a rate

Toscana contendibile, Puglia in bilico, Marche date per perse. La sera di lunedì 21 settembre Zingaretti e i suoi rischiano di doversi consolare solo con il risultato della Campania, scontate le sconfitte in Veneto e in Liguria. Ma se l'unico successo dovesse essere quello campano, si tratterebbe di una vittoria personale di Vincenzo De Luca, tutta sua, di un dem anomalo in grado di tener testa all'offensiva leghista a prescindere dal Pd.

Per quanto dunque al Nazareno e a Palazzo Chigi tentino di "spoliticizzare" il voto nelle sei regioni, cui va aggiunta la piccola Val d'Aosta a statuto speciale, il risultato, benché condizionato da fattori specifici - è il caso della Campania appunto - si rivelerà un maxi-sondaggio sul gradimento del governo in carica. A rischiare di più nella convivenza della strana coppia Pd-M5S sono i dem. I cinquestelle sono abituati a risultati deludenti nelle elezioni regionali, mentre il Pd è la principale forza di governo nelle tre regioni dove Lega e Fratelli d'Italia, con l'ausilio del partito berlusconiano, pensano di assestare il colpo vincente. Con un ulteriore paradosso. Il Pd si sta dannando per salvaguardare l'accordo di governo romano, per tenere in piedi il Conte 2 in questa fase difficilissima, ma finisce per svenarsi nei territori di storico insediamento.

La stessa indicazione di votare Sì al referendum costituzionale, espressa martedì sera con un significativo ritardo sull'appuntamento elettorale, è figlia di una logica "governista". "Pacta servanda sunt" ha scandito Dario Franceschini, capo delegazione Pd nel governo Conte. I patti vanno rispettati perché se salta la precaria collaborazione con i cinquestelle, salta tutto e si torna al voto prima del semestre bianco (i sei mesi a partire dal luglio 2021 che precedono l'elezione del nuovo presidente della Repubblica in cui non si possono sciogliere le Camere) consegnando così il Parlamento e il Quirinale alle destre. Il taglio dei parlamentari infatti è il premio (elettorale) di consolazione del M5S incapace di tornare a vincere dopo l'exploit delle politiche di due anni fa. Zingaretti per convincere il suo elettorato ha coniato lo slogan "un Sì per cambiare". Legittimando una singolare prassi: le riforme costituzionali a rate. Oggi si tagliano i parlamentari. Domani provando a modificare il cosiddetto bicameralismo perfetto, cioè cancellando la duplicazione di funzioni tra Camera e Senato. Dopodomani forse introducendo la sfiducia costruttiva. E via elencando. Un modo arlecchinesco di metter mano alla Costituzione, una toppa qui un'altra chissà dove. È il tentativo azzardato di far quadrare il cerchio.

Tutto ovviamente dipenderà dalla saggezza degli italiani, ad urne scrutinate.