Non siamo tutti Charlie, caro Zuckerberg

Il fondatore di Facebook aderisce all'iniziativa #JesuisCharlie e assicura libertà di espressione sul proprio social network, ma i fatti dicono altro. Dietro alla campagna di solidarietà in nome della satira libera si nascondono anche ipocrisia e memoria corta nei confronti della censura

La campagna “Io sono Charlie” (#JeSuisCharlie) nasconde una terribile ipocrisia: paragonarsi a chi, come la redazione di Charlie Hebdo, ha inseguito il proprio ideale di purezza della satira, anche a costo della vita, senza condividerlo. Anzi, mostrando in molti casi un impegno fattuale ben più sfumato e controverso nei confronti della difesa della libertà di espressione. Si prenda per esempio Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, che aderendo all'iniziativa manifesta il suo impegno a “costruire un servizio in cui si può parlare liberamente e senza timore di violenze”.

Non solo le ritorsioni per il dissenso espresso sul social network esistono eccome; non solo il proposito resta tutto da dimostrare, perché i casi di vignette censurate senza motivo, per restare in tema, abbondano e le rimozioni arbitrarie di contenuti pure. C'è anche il paradosso di vedere la sua piattaforma usata come cassa di risonanza dei disegni più liberi di Charb e compagni – quelli non pubblicati da New York Times, AP, CNN e non solo – mentre Facebook stesso li censurava bloccando gli amministratori della pagina di Charlie Hebdo nel 2011 o rimuovendoli da quella di Le Point l'anno seguente. Certo, la libertà di esprimersi include anche quella di non gradire la satira di Charlie Hebdo eppure difenderla; non quella, tuttavia, di inventarsi in fretta e furia una credibilità sull'argomento limitandosi a impugnare matite e produrre hashtag in segno di solidarietà. Il problema è che sono in troppi a provarci, in queste ore.

A partire dalle autorità francesi, che in passato si sono mostrate ben più timorose nella difesa della satira irritante, offensiva, perfino stupida ma libera del settimanale decimato dagli stragisti di Parigi. “Tutto quello che può ferire convinzioni altrui, in particolare quelle religiose deve essere evitato”, disse l'allora presidente della Repubblica Jacques Chirac nel 2006, quando la testata ripubblicò caricature di Maometto uscite tra le polemiche in Danimarca. Sei anni più tardi, altre caricature e altre condanne illustri: dal premier Jean-Marc Ayrault, “contrario a ogni provocazione in questo periodo così sensibile”, al ministro degli Esteri, Laurent Fabius, per il quale “la libertà di espressione non vuol dire insultare paesi o popoli”. Stessa antifona dalle istituzioni internazionali. Barack Obama, attualmente tra i paladini della satira, chiamava le vignette di Charlie Hebdo “offensive per molte persone e incendiarie”, esprimendo “perplessità” sull'opportunità di pubblicarle. Del resto venivano definite “provocazioni stupide e irresponsabili” anche dal portavoce dell'Alto commissario Onu per i diritti umani, Rupert Coville.

Una nota congiunta di Lega Araba, Unione Africana, Conferenza Islamica e UE si spingeva addirittura a ipotizzare “misure anti-blasfemia” mentre le violenze contro le sedi diplomatiche francesi si replicavano in tutto il Medio Oriente e non solo, lasciando decine di morti sul suolo. “La comunità internazionale”, vi si leggeva, “non può rimanere ostaggio di estremismi da ambo le parti”. Come se i responsabili delle violenze non fossero solo i violenti ma anche, in qualche misura, gli autori satirici che si fanno beffe della (mancanza di) cultura che le producono. Anche molti politici italiani, come ha scritto Vice, hanno scoperto di amare la satira mentre fino a ieri, da Maurizio Lupi a Roberto Formigoni, l'hanno vissuta con fastidio; e del resto, è più facile difendere la memoria dei morti che il diritto dei vivi di essere scomodi, irriverenti, scorretti.

L'impressione è però che il mondo abbia improvvisamente scoperto che la libertà di espressione è il tema cardine della nostra era quando, fino a ieri, scendeva in piazza o si adoperava per reprimerla con azioni giudiziarie, censure, minacce e aggressioni. Ricordare questa bizzarra epifania, prevedibilissima dati alla mano, aiuta a comprendere la solitudine di Charlie Hebdo. E la facilità con cui gli estremisti, quelli veri, hanno potuto farne un bersaglio.