L'intervento

Il clima ci costa 100 miliardi

In Cambogia. Sopravvissuti alle inondazioni ricevono i generi di conforto forniti dal governo 
Calcolato l’impatto del climate change sull’economia nel 2019. E senza interventi nel 2050 danni fino a 8 mila miliardi. Ogni tonnnellata di CO2 immessa nell’atmosfera pesa per 40 dollari
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Le conseguenze economiche del cambiamento climatico si fanno sempre più disastrose, così come gli effetti fisici evidenti a tutti: ghiacciai che si sciolgono, incendi catastrofici, siccità ed eventi meteorologici estremi mai visti prima. È difficile fare un conto esatto ma nel 2019 sono stati calcolati in almeno 100 miliardi di dollari gli effetti economici diretti del climate change. Per il 2050 i danni potrebbero raggiungere gli 8 mila miliardi tagliando di netto una quota del Pil mondiale variabile fra il 2 e il 10%, e ancora peggio per i Paesi più poveri. Anno dopo anno infatti gli effetti si cumulano ed aumentano in modo calcolabile con le funzioni dell’econometria. Bisogna tener presente che in una progressione esponenziale uno più uno non fa due perché gli effetti si cumulano secondo uno schema di progressione che tiene conto dei danni consolidati e acquisiti nel periodo precedente. Proprio come gli interessi composti su una massa debitoria. E a ben vedere una situazione identica la stiamo verificando in questi mesi con le tragiche statistiche della pandemia da Covid-19: se una persona ammalata ne infetta un’altra il rapporto è di uno a uno. Ma se queste due persone vanno fra le gente non infettano solo due persone ma un multiplo di esse, e così via man mano che sempre più infettati entrano in circolazione.

Ma torniamo agli effetti della CO2: la crescita esponenziale vale sia per gli effetti fisici veri e propri che per il costo di essi. Se difficilmente calcolabili sono gli effetti a largo spettro su tutta l’economia, si sta cercando almeno di identificare un “costo” unitario per poterlo mettere a carico di chi inquina, nella speranza che questi inquini meno. Il presupposto è che bisogna intervenire per rovesciare la curva dell’impennata, su larga e larghissima scala. Purtroppo gli interventi “individuali” sono assai lodevoli dal punto di vista etico ma non incidono in modo deciso sull’entità del problema globale. Possiamo insegnare ai nostri figli a chiudere il rubinetto mentre si lavano i denti e a usare mille altre accortezze per salvaguardare le risorse naturali, possiamo differenziare con la massima cura i rifiuti, possiamo coprire tutto il tetto di casa con pannelli fotovoltaici e comprarci un’auto elettrica, ma tutti questi interventi hanno un’incidenza minima sul problema dei problemi, cioè le emissioni di biossido di carbonio nell’atmosfera, che bisogna tagliare di netto partendo dai grandi inquinatori industriali.

A quest’ultimo proposito, molti economisti oggi azzardano un costo per tonnellata di CO2 immessa nell’atmosfera pari a 40 dollari, e a tale valore si fa riferimento nei ripetuti e finora infruttuosi tentativi del Congresso di imporre una tassa sulle emissioni di CO2 produca davvero gli effetti voluti. Ma vista la complessità del problema, resta da vedere quali effetti concreti avrebbe una pesante “carbon tax”: un’altra delle tante incognite connesse con il cambiamento climatico.

Secondo studi scientifici più recenti tale valore andrebbe portato a 100 o addirittura 200 dollari. L’unica realtà incontrovertibile è che esso esiste, è drammatico e bisogna intervenire rapidamente per tamponarne gli effetti. Fissare un valore del resto è altrettanto difficile: può passare, in teoria, da zero se in futuro si dovesse dimostrare che i combustibili fossili non hanno nessun effetto, all’infinito se viceversa questo fenomeno dovesse ucciderci tutti.

Il problema affonda le sua radici nella notte dei tempi. Il primo tentativo di fissare il prezzo delle emissioni – in questo caso era sotto accusa il carbone - risale nientemeno che al 1306, in Inghilterra. Il re Edoardo I non era certo preoccupato del climate change, però fronteggiava un problema altrettanto fastidioso: l’aria era fortemente inquinata per l’uso di una varietà di carbone, il cosiddetto “sea-coal”, particolarmente polverosa e soffocante. Il re alla fine bandì questa specie di carbone, e minacciò i contravventori con la pena di morte. Vista la severità della sanzione, la norma all’inizio funzionò, ma ben presto cominciarono le pressioni lobbystiche di chi il carbone lo vendeva e nel corso di non troppi anni gli effetti benefici si vanificarono.

Facendo un balzo in avanti di oltre 600 anni, arriviamo al 1965 quando arrivò sul tavolo del presidente americano Lyndon Johnson il primo rapporto della storia sul climate change. Ne era l’autore un Gotha di pionieri della nuova scienza:  economisti, scienziati e ambientalisti. Fra loro Charles Keeling, la cui “Keeling Curve” fu la prima a spiegare il meccanismo esponenziale di cui parlavo all’inizio, quella che dimostra l’irresistibile scalata, sempre più ripida per l’effetto accumulo, della CO2 nell’atmosfera. Il rapporto stabiliva a chiare lettere la dannosità delle emissioni da combustibile fossile, proiettava i futuri risultati dall’innalzamento dei mari all’acidificazione degli oceani. Il prezzo? Era per fortuna lontano dall’infinito ma superiore allo zero. Sfortunatamente nessuna iniziativa politica fece seguito a quell’allarme, né ai tanti degli anni successivi.

E così arriviamo all’oggi e a una situazione in continuo peggioramento. Il vero guaio è che man mano che si va avanti si deve abbassare il gradiente dei rialzi di temperatura. William Nordhaus, l’economista della Yale University che negli anni ’90 delineò efficacemente la relazione fra crescita economica e riscaldamento dell’atmosfera (e fu insignito di un tardivo premio Nobel nel 2018 per questi suoi studi) parlava di un rialzo di 3 gradi entro il 2100 rispetto all’era preindustriale. Ma la realtà successiva ha dimostrato che tale rialzo sarebbe disastroso per l’umanità e si dovrà restare sulla metà di quella cifra. Ogni giorno che passa senza che siano assunte iniziative concrete e concordate fra tutti i Paesi industrializzati, non farà altro che peggiorare la situazione.

*Gernot Wagner, 40 anni, è docente di Climate economics alla New York University
(testo raccolto da Eugenio Occorsio)