L'analisi

Allarme della Fed, il climate change minaccia la stabilità finanziaria

Il presidente della Federal Reserve, Jerome H. Powell
 (reuters)
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Probabilmente non è solo una coincidenza. Proprio nei giorni della vittoria di Joe Biden, che ha promesso come primissima mossa della sua presidenza il rientro degli Stati Uniti negli accordi di Parigi, la Federal Reserve “promuove” il cambiamento climatico fra i rischi sistemici per il sistema finanziario, in un ristretto Gotha che comprende le conseguenze della pandemia, gli sconquassi geopolitici dovuti alle tensioni commerciali con la Cina, i cyberattacchi e la Brexit. Se non è certo il primo allarme in materia, è sicuramente la prima volta che viene codificata con tanta decisione, e da una fonte fra le più autorevoli del mondo, una situazione di fortissimo rischio anche finanziario.

Le implicazioni dei cambiamenti climatici, proprio quelli ostinatamente negati da Trump, sono descritte esaurientemente nell’edizione datata 9 novembre del Financial Stability Report, il corposo compendio su tutti gli aspetti dell’economia americana e mondiale che ogni sei mesi pubblica la banca centrale Usa (qui il .pdf). Con esemplare schematismo, la Fed riporta innanzitutto un diagramma che, con una serie di frecce a seguire, riassume gli eventi rovinosi dovuti al climate change e le conseguenze a catena di essi in termini economici.

E’ un grafico organizzato in tre colonne: gli avvenimenti provocati del cambiamento, le conseguenze pratiche, le vulnerabilità economiche. Tutte unite da una linea crescente: un circuito vizioso impressionante, dove l’unica soluzione possibile è bloccare all’inizio questa catena. L’accresciuta frequenza e l’aumentata intensità degli eventi climatici estremi (siccità, uragani, incendi) con la martellante capacità devastante di essi (prima colonna), provoca incertezze nei tempi dell’economia e incompletezza e ritardi nell’implementazione dei contratti (seconda colonna), che a loro volta causano perdite nelle valutazioni degli attivi e l’aumentata necessità di indebitarsi di aziende e famiglie (terza colonna). Persino eventi apparentemente meno improvvisi e traumatici come il progressivo innalzamento del livello del mare, si legge nelle note illustrative, “hanno il potenziale di provocare violente perdite di valore nelle attività coinvolte”.

Com’è scritto nella premessa di questa come di ogni edizione del FSR, pubblicando queste informazioni la Fed intende “promuovere la consapevolezza nella collettività” e quindi “migliorare l’affidabilità e la trasparenza delle misure di politica economica”.

Il capitolo sul climate change poi si apre con una dichiarazione tanto assertiva quanto terrificante: “I cambiamenti climatici aumentano la probabilità di sconvolgimenti e distruzioni nell’economia, e sono probabilmente in grado di provocare o peggiorare gli shock finanziari e le vulnerabilità del sistema finanziario, con queste ultime a loro volta che amplificano ulteriormente questi shock”. Il motivo di tanta decisa chiarezza è spiegato nello stesso report: “Le conseguenze del cambiamento climatico sono connesse con le incertezze finanziarie: l’opacità di certe spiegazioni e la non uniforme certezza dei partecipanti al mercato sulle cause dei fenomeni (anche qui è visibile un riferimento critico al negazionismo della precedente amministrazione, ndr) portano a errori di sopravvalutazione degli asset con il rischio di successivi crolli”. E tanto per non lasciare adito a dubbi: “La non sufficiente consapevolezza delle relazioni fra eventi naturali e conseguenze economiche causa improprie fluttuazioni nei mercati e così si crea una nuova grave vulnerabilità”. Gli interlocutori naturali della Fed sono le banche, e infatti ad esse è rivolta l’esplicita raccomandazione di dotarsi di “sistemi in grado di identificare, misurare, controllare e monitorare tutti i rischi connessi con tale problematica”.

I cambiamenti climatici non colpiscono in modo uniforme ogni angolo del pianeta, nota infine la Fed. Ci sono zone più esposte, e ad esse vanno dedicate particolare attenzione e cura. L’esempio più tipico è quello delle proprietà immobiliari costiere, esposte a sempre più frequenti e devastanti inondazioni, maree abnormi, uragani. “Vista l’evoluzione della situazione, sono proprietà per cui diventano necessari sempre più frequenti investimenti e adattamenti se si vuole continuare a utilizzarle. Altrimenti il loro valore continuerà a scendere, il che pone rischi per il mercato dei mutui e dei titoli su di essi basati (da sempre spina nel fianco per i mercati americani ma non solo, ndr) nonché per tutta la linea dei debiti e crediti ad essi connessi. Ma anche per la redditività degli esercizi commerciali insediati in tali zone”. Le improvvise variazioni di queste valutazioni, nota con preoccupazione la banca centrale, “possono riverberarsi e amplificarsi a catena ben oltre la scala locale e settoriale, fino a compromettere la solidità dell’intero sistema finanziario ed economico”. La crisi del 2008 insomma continua ad insegnare.