La seconda vita di una bottiglia di plastica

Ne vuotiamo 8 miliardi all'anno e la metà del venduto viene riciclata. Ma è quando la gettiamo via che inizia il percorso più virtuoso. Ecco il viaggio del Pet rigenerato
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Una bottiglia in Pet di acqua minerale. Sicuramente uno degli oggetti di uso più comune: ne vuotiamo 8 miliardi l'anno, fra piccole 1/2 litro), "normali" (1,5 litri) e maxi (2 litri). Ci sembra uno degli atti più scontati, così come per fortuna è sempre più di uso comune inserirle nel sacchetto giusto - giallo a Milano, blu a Roma e via dicendo - della raccolta differenziata. Quello che forse non conosciamo è la complessità delle sfide economiche, tecnologiche e culturali che ruotano intorno alle bottiglie stesse e al loro riciclo, a partire dall'importanza degli investimenti connessi. Un settore in cui l'Italia si piazza con orgoglio in uno dei primi posto nel mondo. Per rendercene conto, ripercorriamo per intero il "round trip" che compie una bottiglia da quando ne beviamo il contenuto fino al momento al cui riappare sugli scaffali del supermercato. Un esempio perfettamente riuscito di economia circolare.

La bottiglia di plastica rigenerata: come funziona il riciclo


La raccolta differenziata. Tutto comincia con il momento in cui gettiamo il sacchetto con la plastica (da sola o con metallo o vetro a seconda dei Comuni) nel cassonetto "giusto", quello dello stesso colore del sacchetto. Attenzione ai dettagli: la bottiglia non va accartocciata ma schiacciata longitudinalmente mettendola sul tavolo e poi comprimendola, per consentire ai lettori ottici di avere più superficie utile per poterla smistare nelle fasi successive. Il tappo va riavvitato, non tanto per evitare che l'aria rigonfi la bottiglia quanto per essere sicuri che anch'esso verrà riciclato, con percorsi particolari e paralleli alla bottiglia. Il primo viaggio finisce nel centro di selezione (guai a chiamarla "discarica") dell'azienda municipalizzata o privata che effettua la raccolta. Lì, se non lo sono stati prima, plastica, metallo e vetro vengono divisi con sofisticati macchinari di fabbricazione tedesca.

Nella fabbrica dell'acqua, dove "rinasce" il Pet


A questo punto interviene il Corepla, il consorzio delle aziende della plastica nato nel 1997, al quale si è aggiunto quest'anno (la convenzione con l'Anci è di fine maggio) il Corepet, specializzato proprio nel Pet, al quale hanno aderito alcuni produttori di acqua minerale. Sono questi consorzi - Corepla e Corepet - senza fine di lucro a incassare il contributo al riciclaggio che per legge deve versare chiunque utilizzi per le sue produzioni contenitori di plastica. Con tale finanziamento i consorzi incentivano pro quota (a seconda dei quantitativi raccolti) i Comuni impegnati nella raccolta differenziata. E' un meccanismo premiale: "Noi verifichiamo a campione - spiega Antonio Protopapa, direttore ricerca e sviluppo del Corepla - che nei sacchetti della plastica ci sia effettivamente solo plastica, e in caso negativo penalizziamo il Comune: la sfida è che il Comune stesso sensibilizzi al meglio i cittadini perché conferiscano correttamente i rifiuti, in particolare gli imballaggi". Il Corepla, aggiunge il presidente Giorgio Quagliuolo, "supporta con il massimo impegno quest'operazione con tutti gli strumenti di informazione ed educazione possibili, tenendo presente che dal punto di vista industriale l'Italia si colloca ai primi posti in Europa nella partita del riciclaggio, con un tasso di crescita quantitativa e di sviluppo tecnologico esponenziale".

Di tutte le bottiglie in Pet vendute ogni anno, oggi circa la metà viene riciclata. "E' un livello che rende possibile a questo punto raggiungere l'obiettivo europeo del 77% nel 2025 e del 90% nel 2050", puntualizza Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua, l'associazione dell'industria della "minerale". "Per avere un'idea degli investimenti che si continuano a fare - aggiunge Fortuna - pensiamo che le imprese delle acque minerali immettono sul mercato la stessa quantità complessiva di Pet che immettevano dieci anni fa, ma a fronte di un aumento delle vendite del 30%, risultato ottenuto con una serie di migliorie tecnologiche che contemplano tra l'altro la diminuzione del peso delle bottiglie a parità di sicurezza igienico/sanitaria". Bisogna però promuovere, puntualizza David Dabiankov, direttore generale di Assobibe (che riunisce i produttori di bevanda analcoliche), "soluzioni che rendano possibile destinare espressamente alle bottiglie una parte più consistente dell'attuale 20% del Pet riciclato (il resto finisce all'industria dell'abbigliamento o altre produzioni, ndr)".

Le fasi del riciclo. Proseguiamo con il viaggio della nostra bottiglia. La plastica (quella riciclabile, ce n'è sempre una parte da scartare che finisce alla termovalorizzazione) viene acquistata da una o più aziende specializzate in questa fase intermedia, presso il centro di raccolta del comune con un meccanismo di aste: una conferma che i "rifiuti" possono diventare una risorsa. Presso questa nuova azienda, le bottiglie in Pet vengono separate dagli altri tipi di plastica (flaconi, vaschette e quant'altro), divise a loro volta per colore (trasparente, azzurro, verde), accuratamente lavate e decontaminate (avverrà più volte in tutte le fasi), compresse e infine impacchettate in maxi-balle simili ai celeberrimi "cubi" degli autodemolitori, ognuna delle quali pesa da 600 a 800 chili e contiene 30-40 mila "ex-bottiglie". Successivo passaggio: nuova vendita e nuovo trasferimento in un'altra azienda ancora dove le bottiglie  - che avevamo lasciato trasformate in "ecoballe" - vengono triturate in piccole scaglie ("flakes") o in cilindretti ("pellets"): solo ora diventano ufficialmente una nuova materia prima. I flake serviranno per ricavare nuove bottiglie, con i pellet si faranno contenitori in plastica (dai saponi ai detersivi) o gli stessi tappi che alla fine del percorso verranno riuniti con la bottiglia, nonché giacconi in pile, tappezzerie per auto, elementi per l'edilizia, addirittura additivi per catrame e mille altre cose. Ma restiamo sui nostri "flakes": ennesimo trasferimento in un impianto dotato di macchine di stampaggio dove, previo riscaldamento a non più di 300 gradi (un bel risparmio energetico rispetto al rivale-vetro che viene lavorato a 1400 gradi) vengono create le pre-forme, dall'aspetto di provette di vario colore. Il gioco è fatto: le pre-forme, nei vari colori, sono già delle bottiglie "embrionali", e rendono più economico il trasporto finale nelle centrali di imbottigliamento dell'acqua minerale, di regola presso la sorgente, dove vengono "soffiate" per diventare bottiglie (a non più di 90-120 gradi) e infine riempite.


Innovazione spinta. In questa lunga carrellata (ci sono aziende che coprono due o più passaggi) quanto Pet si ottiene? "Sembrerà sorprendente - risponde Alessandro Pegoretti, docente di scienza e tecnologia dei materiali all'università di Trento - ma l'innovazione è talmente avanzata che per avere un chilo di materia in "flakes" bastano 1,33 chili di bottiglie di Pet da riciclo". Tre Paesi - Italia, Francia e Germania - raccolgono il 50% del Pet riciclato europeo, Regno Unito compreso. Gli imprenditori credono in questo boom "anche se dopo che è scoppiata la recessione post-Covid il costo della materia prima "vergine", di origine petrolifera e quindi soggetta ai ribassi del greggio, è sceso sotto quello della materia da riciclo e a tanti è venuta la tentazione di tornare a usare quello", osserva Roberto Sancinelli, presidente della bergamasca Montello. "Io non cambio linea per una questione etica: negli anni '90 la Regione Lombardia mi chiese di collaborare contro l'emergenza rifiuti. Lì mi venne l'idea di chiudere con la siderurgia e dedicarmi all'ambiente". Altri industriali sono stati colti di sorpresa dalla pandemia e dal calo generalizzato dei profitti in settori come ristoranti, alberghi, crociere, ma non cambiano idea: "Noi avevamo avviato un importante investimento di crescita allargandoci a diversi passaggi della filiera, e teniamo duro con convinzione", conferma Antonio Diana, presidente della Erre Plast di Aversa in provincia di Caserta. "Il settore - conclude - è estremamente promettente e stiamo rafforzando anche l'export: segno che l'Italia, Paese povero di materie prime, ha l'economia circolare nel suo Dna".

La nuova frontiera. La prossima sfida è quella di portare dal 50 al 100% la quantità di plastica riciclata che può essere utilizzata per una bottiglia. Il via libera legislativo, dopo diversi tentativi, è arrivato con "decreto agosto" per il rilancio economico, approvato definitivamente il 12 ottobre scorso. "Eravamo prontissimi dal punto di vista tecnologico e da tempo aspettavamo l'abbattimento di questo limite, come già da tempo era avvenuto all'estero", commenta Gianfranco Zoppas, che dopo la vendita dell'azienda di famiglia alla Zanussi ha saputo ricostituirsi un gruppo diversificato che oggi fattura 750 milioni. Il riciclo del Pet - un altro ramo della famiglia possiede l'acqua San Benedetto - è uno dei punti di forza. Racconta Zoppas: "Con una delle società del nostro gruppo, la Sipa, puntiamo molto sul riciclaggio della plastica e in particolare delle bottiglie Pet: abbiamo venduto macchinari specifici in Giappone, Brasile, Medio Oriente, e nello stabilimento di Vittorio Veneto stiamo per avviare in produzione un impianto dell'ultima generazione che copre l'intero ciclo e garantirà le bottiglie al 100% riciclate". Sarà uno dei primi impianti in Italia a farlo, e a quel punto il cerchio sarà perfettamente chiuso.