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“Index G”, il fotografo Piergiorgio Casotti racconta le Città del tramonto

Reggio Emilia, discriminazione razziale e segregazione al centro del libro che sarà presentato al Festivaletteratura di Mantova. Casotti lo ha realizzato dopo mesi di ricerca negli Stati Uniti, poi dopo mesi trascorsi a Saint Louis, Missouri 

REGGIO EMILIA. «Le molteplici luci al neon inondano verticalmente di luce aliena fluorescente lo spazio sotto la tettoia, creando un contrasto extraterrestre con la serenità confortevole e rassicurante del colore del tramonto».

Avete letto la frase? Ora guardate le fotografie (se non lo avete già fatto prima). Parole e immagini raccontano le “Sundown towns”, in italiano: “Città del tramonto”, figlie indesiderate (forse) del sogno americano. «Si chiamano così – spiega il fotografo reggiano Pie ...

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REGGIO EMILIA. «Le molteplici luci al neon inondano verticalmente di luce aliena fluorescente lo spazio sotto la tettoia, creando un contrasto extraterrestre con la serenità confortevole e rassicurante del colore del tramonto».

Avete letto la frase? Ora guardate le fotografie (se non lo avete già fatto prima). Parole e immagini raccontano le “Sundown towns”, in italiano: “Città del tramonto”, figlie indesiderate (forse) del sogno americano. «Si chiamano così – spiega il fotografo reggiano Piergiorgio Casotti – perché in queste città, fino alla legge antirazzista del 1968, alle persone di colore non veniva garantita l’incolumità dopo il tramonto. Un altro modo per dire che lì non potevano stare. E per giustificare case incendiate, aggressioni, omicidi».

Questa forma di segregazione, con qualche “correzione”, esiste ancora oggi, ed è al centro del progetto che Piergiorgio Casotti porterà domenica (ore 10 in piazza Leon Battista Alberti; ingresso libero) al Festivaletteratura di Mantova in occasione dell’incontro “Fotografare, contaminare. Pensieri in comune” con Michele Smargiassi, giornalista di Repubblica, lo scrittore Elvis Malaj e la redazione della rivista “Rvm Magazine”.

Dopo mesi di ricerche e altrettanti di lavoro a Saint Louis, Missouri, Casotti ha pubblicato “Index G”. Il libro – realizzato in collaborazione con Emanuele Brutti, curato da Fiorenza Pinna e pubblicato da Skinnerboox – rappresenta il primo tentativo di unire la parola scritta agli scatti: «Ecco perché essere invitato al Festivaletteratura mi riempie d’orgoglio. É segno che sto andando nella giusta direzione».

Come mai questo titolo?

«Fa riferimento all’indice inventato negli anni ’20 da Gini, uno statistico italiano, per misurare tutti i tipi di disuguaglianza: economica, sociale, geografica... Mi sembrava creasse la giusta dose di curiosità per questo mio lavoro che affronta il tema della segregazione americana».

Come le è venuto in mente di raccontare le “Città del tramonto”?

«Grazie a una mia amica americana, giornalista, che un giorno me ne ha parlato. Ma inizialmente avevo pensato a tutt’altro. Credevo di poterle fotografare, così sono partito e sono andato a cercarle. Grazie al professore James W. Loewen ne ho anche trovate, ma oggi questa discriminazione razziale non si manifesta più come prima del ’68, è tutto camuffato, nascosto. Non trovi scritte razziste sui muri, per dire. Il rischio era scadere nei luoghi comuni, rappresentare gli stereotipi, io invece volevo fare qualcosa di più astratto e concettuale».

Qual è stata la svolta?

«Mi sono imbattuto in una ricerca americana che, in contrasto con la maggior parte delle ricerche recenti, afferma che la segregazione non è diminuita ma è solo cambiata: prima era a livello microgeografico, da quartiere a quartiere; adesso si manifesta su grandi aree. L’esempio lampante è Saint Louis, una città che è composta da decine e decine di municipalità, ed è lì che mi sono diretto».

Cosa ha trovato?

«Una città divisa da una strada, la Delmar Boulevard: a nord ci sono i neri (non al 100%, ma al 90% sì), al sud i bianchi. Da una parte case fatiscenti, nessun servizio, neanche un negozio dove acquistare cibi sani, ma solo fast food, fast food ovunque; dall’altra case bellissime, alti recinti, guardie a protezione delle aree residenziali. Al nord un’aspettativa di vita di 67 anni; al sud di 82. Sono due mondi paralleli che si vedono, si sfiorano, ma non si toccano mai».

Lei però questo nel libro non lo dice. Ci sono fotografie di strade, altre di case abbandonate, tanti ritratti. E poi una sceneggiatura cinematografica che sembra non c’entrare affatto: “È la mancanza di musica di intrattenimento ciò che la infastidisce di più. Ann gira la testa verso l’automobile e il suo passeggero”.

«Volevo rappresentare questi due mondi in modo non didascalico. Le fotografie a colori le ho scattate sull’Olive Boulevard: fanno pensare allo sviluppo e al movimento, due miti americani, ma anche alla separazione. Tutto il resto è in bianco e nero. Gli interni delle case abbandonate o sequestrate conservano tracce di umano, e – almeno spero – dovrebbero essere avvertite come qualcosa di anomalo. Quelle stanze sono l’utopia disillusa dei neri, il sogno americano che crolla. La sceneggiatura non è direttamente collegata alle fotografie, ma contiene la spiegazione del lavoro, lo contestualizza: nella sceneggiatura c’è l’America».

Il libro, in vendita nelle librerie specializzate in fotografia, è anche acquistabile su: www.piercasotti.com. —