Quotidiani locali

Zucchero Fornaciari torna a casa «Farò un concertone a Reggio Emilia»

La promessa davanti a un Valli gremito: «Manco da troppo»

REGGIO EMILIA. È tornato a casa. Zucchero Fornaciari è tornato a Reggio per chiacchierare della sua vita, della sua musica e degli incontri fondamentali che lo hanno portato a essere uno degli artisti di maggiore successo nel panorama musicale italiano e non. Ha da poco concluso il tour più lungo della sua carriera, il “Black Cat World Tour” – 137 spettacoli e oltre un milione di biglietti venduti – ed è subito partito con un altro tour, il “Wanted. Un’altra storia Tour”, ideale conclusione del tour precedente.

Le uniche date italiane saranno i due concerti in piazza San Marco a Venezia, il 3 e il 4 luglio. L’artista reggiano, originario di Roncocesi, ha fatto la sua entrata teatrale giovedì sera sul palco del Valli, accolto da un pubblico febbrile (che ha riempito il teatro), per una chiacchierata col giornalista Gianni Poglio di Panorama. L’evento rientrava infatti nell’ambito della rubrica “Panorama d’Italia”.

Giubbotto di jeans e cappellino da baseball, Zucchero saluta il pubblico reggiano sulle note di “Partigiano reggiano” ma si percepisce immediatamente la sua emozione: «Manco da un bel po’, mi sento davvero a casa, ora. Anche se è dura parlare a Reggio: mi sento un po’ rincoglionito».

Son proprio le origini il punto di partenza della chiacchierata. Adelmo (perché qui Zucchero lo conosciamo così) racconta della sua infanzia felice: «Sono nato qui e mi piaceva molto stare qui, mi hanno portato via contro la mia volontà che ero ancora un ragazzino. Roncocesi era un ambiente piccolo, molto semplice: c’era il bar, la cooperativa, la chiesa e il campo estivo a essa adiacente, ma noi ragazzi ci divertivamo, passavamo il tempo sempre lì. Una vita semplicissima ma comunque piena di grandi emozioni, di colori, di odori. Più invecchio, più le radici si fanno grandi».

Se da semplice ragazzo di campagna è potuto diventare una star internazionale, lo si deve al calcinculo di Roncocesi: «Lì diffondevano musica con altoparlanti grandi e così ho sentito per la prima volta i Nomadi, gli Equipe 84, i Corvi, ma anche i Rolling Stones – spiega – Ero una spugna, sentivo sonorità e ritmi diversi, mi colpivano e assorbivo tutto». È questo il suo tratto distintivo, che lo ha fatto apprezzare in tutto il mondo: i testi italiani, su melodie dal sound inedito e originale, blues misto al soul.

«Io gioco sul fatto che l’italiano arriva agli americani e agli inglesi come una lingua bellissima – svela – accettata nell’opera ma non nel pop e men che meno nel rock. Però se ci metti una musica di qualità, non tipicamente italiana, allora sei unico. Io canto in italiano in ogni parte del mondo perché mi esprimo meglio. Non mi interessa se il pubblico straniero non capisce le parole perché tanto è la musica che parla, c’è già del testo lì».

Ed è grazie a quei momenti sul canciculo che Zucchero decide di stringere un accordo con Don Tajadela (Don Giovanni): «A messa dovevo fare il chirichetto e in cambio lui mi avrebbe fatto suonare l’organo tutte le mattine prima di andare a scuola, solo che lui non sapeva che non suonavo musica di chiesa, bensì avevo imparato a suonare a orecchio “Senza luce” dei Dik Dik (cover di “A whiter shade of pale” dei Procol Harum). Ancora oggi posso dire che è la canzone più bella del mondo, lo diceva pure John

Lennon».

Alla fine della chiacchierata Zucchero fa una promessa: «Voglio venire a fare un concerto a Reggio. Non so dove, non so quando, ma voglio fare un unico concerto qui che però sia memorabile. Mi inventerò qualcosa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

I COMMENTI DEI LETTORI


Lascia un commento

TrovaRistorante

a Reggio Emilia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro