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«Il Correggio continua a parlarci noi lo snobbiamo»

In mostra a Senigallia la tavoletta ritrovata della Sant’Agata Il curatore Adani: «A Reggio si allestisca un museo virtuale»

“Il Correggio ritrovato” a Senigallia. Titolo di una mostra – visitabile fino al 2 settembre al Palazzetto Baviera – ma anche un sospiro. Perché sì, ancora una volta, per parlare di “noi” dobbiamo andare altrove.

Al centro dell’esposizione, curata da Giuseppe Adani, c’è la Sant’Agata, una tavoletta raffigurante una fanciulla di rara bellezza, con un leggero mantello che le avvolge il collo, il volto delicato, la capigliatura soffice e ordinata (tipica della metà degli anni ’20 del Cinquecento).

La tavoletta della Sant’Agata, ritrovata grazie al prezioso contributo degli “Amici del Correggio”, è solo l’ultimo dei regali che l’artista continua a farci a 484 anni dalla morte. Ma, professor Adani, in che modo Antonio Allegri parla a noi contemporanei? Le sue opere possono ancora dirci qualcosa?

«Sì, è un regalo radioso, che è transitato attraverso l’incontenibile entusiasmo di Dario Fo: già questo passaggio spiega come il Correggio possa parlare anche a noi, dopo tanti anni. L’Allegri – un nome, un programma – è un artista totalmente legato alla naturalezza e alla spontaneità delle verità visibili, che egli coglie nei loro aspetti di armonia con piena gioia e festosità. Il suo è un linguaggio effusivo per ogni tempo».

Nella mostra allestita a Palazzetto Baviera, alla tavoletta si arriva dopo un percorso tra Madonne e sante. Qual è il rapporto dell’Allegri con la femminilità?

«Non soltanto fra Madonne e sante, ma prima di tutto attraverso una cronaca locale, che coinvolge fortemente la vita vissuta: quasi un legame all’arte stessa del Correggio, sempre così autentica. Peraltro quella modella che noi riconosciamo nel ritratto palpitante della Sant’Agata è stata fonte di ispirazione e di identità anche per le Ninfe, e per le amanti di Giove nelle poesie erotiche del nostro lirico pittore. Il suo rapporto con la femminilità è un continuo dialogo con la bellezza, con le dolcezze incomparabili dei corpi, con i sospiri degli innamoramenti e con i sorrisi degli amplessi».

Il Correggio è unanimemente riconosciuto come uno dei geni dell’arte del Rinascimento italiano insieme a Leonardo, Michelangelo, Raffaello e Tiziano, eppure è l’artista meno documentato e numerose sono le leggende affermatesi nei secoli sulla sua biografia. Cosa è vero e cosa è falso?

«Il riconoscimento del genio del Correggio è stato unanime in tutti gli artisti delle generazioni successive, accompagnato da una letteratura europea di straordinaria intensità. È stato il più amato fra quelli che lei ha voluto citare, e quel parziale oscuramento della sua memoria è più percettibile fra noi italiani che non all’estero, dov’è venerato con una ammirazione altissima e fervente. La scarsità di documenti è certa, ma soprattutto è vero che egli non abbia avuto avventure singolari, da romanzo, e che il suo lavoro si sia svolto nella quiete – che io chiamerei provvidenziale – dalla terra padana. Nella “vita” che il Vasari gli dedica sono false la miseria dell’infanzia, il suo carattere melanconico, la stupida storiella della sua morte: annotazioni che ancora pesano. Ma il Vasari stesso lo reputa al di sopra di ogni altro pittore e lo giudica “divino”».

Altra “stranezza” allegriana è il fatto che il Correggio, nonostante il nome che condivide con il suo paese natio, nella provincia di Reggio Emilia, e l’impegno della Fondazione Il Correggio, sia spesso collegato a Parma. Al di là dei campanilismi, cosa si può ammirare di Antonio Allegri in terra reggiana?

«Il collegamento con Parma è un fatto reale. Dal 1518 al 1534 (anno della morte) egli è attivo a Parma, dove porta anche la giovane sposa e la famiglia. Il legame determinante è dato dalle tre cupole affrescate – vere meraviglie nei secoli – e dalle mirabili pale d’altare che vi lascia. Per contro la terra reggiana ha avuto un destino avverso rispetto alle opere dell’Allegri. Tra il seicento e il settecento il luogo natale è stato deprivato di ogni dipinto originale. In quanto a Reggio, questo nobile centro sarebbe la città più visitata d’Europa se in San Prospero fosse rimasta la “famosissima Notte”, quel capolavoro prodigioso e celestiale che ad ogni altra pittura “andò di sopra” (commissionata nel 1522 da Alberto Pratonieri, “L’adorazione dei pastori”, conosciuta anche come “La notte”, rimase nella basilica di San Prospero fino al 1640 quando fu acquistata da Francesco I d'Este e collocata nelle raccolte ducali di Modena; nel 1745 fu venduta da Francesco III d’Este all’elettore di Sassonia Federico Augusto II: da allora è conservata presso la Gemäldegalerie di Dresda, ndr). L’impegno della Fondazione ha ottenuto in passato risultati eccellenti: tre opere del Correggio sono entrate nel Museo Civico locale insieme ad un dipinto del figlio Pomponio; si sono avverate Giornate Allegriane che hanno visto la presenza di tutti i maggiori studiosi internazionali; sono state realizzate tre collane editoriali con autori di chiara fama, oltre a corrispondenze, visite, conferenze e lezioni scolastiche. Il rammarico è che oggi la Fondazione si trova totalmente pietrificata, tanto che le iniziative possibili rimangono al campo, aleatorio e debole, del volontariato. Per ammirare Antonio Allegri in terra reggiana basterebbe un affascinante Museo virtuale ben impostato sul piano scientifico-didattico; e sarebbe unico al mondo».

Cosa si potrebbe fare per (ri)avvicinare il Correggio ai reggiani, che troppo spesso si dimenticano del loro illustre antenato?

«Questa domanda mi fa riflettere sulla mancanza di strutture portanti nel campo della conoscenza dei Beni culturali e, di riflesso, nel campo della cultura pittorica. Già in alcune principali amministrazioni locali manca la figura dell’assessore alla cultura, il quale è indispensabile: deve essere uno studioso di ampio raggio e di profonda preparazione che si impegni potentemente a rivelare presso il pubblico e i giovani i valori delle radici della nostra civiltà come si manifestano nelle nostre terre. E che coinvolga Regione e Stato. Sono le radici le sole che possono alimentare la formazione di persone valide per la convivenza sociale e per la valorizzazione dei Beni: ecco il punto! Non si può pensare soltanto, come oggi avviene, alla schiuma superficiale delle evanescenze non costruttive. Per riavvicinare il Correggio si può creare un tessuto di interessi secondo un programma stabile, al quale io e altri parteciperemmo volentieri. Non dimentichiamo neppure che

l’attrattiva artistica sarà progressivamente maggior fonte di turismo e di benessere in questa Italia che verrà ben più assalita da visitatori di ogni nazione. E con la conoscenza dei Beni avremo una gioventù serena e capace di imprese gratificanti».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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