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Cinema, lo sguardo delle donne sul grande schermo

È il tema del seminario di Fabrizio Tassi al Rosebud di Reggio Emilia 

REGGIO EMILIA. Due giorni (sabato 14 e domenica 15 aprile) per imparare a guardare un film: il critico cinematografico Fabrizio Tassi, vicedirettore della rivista Cineforum, sarà al Rosebud oggi e domani per il seminario “Women. L’arte di guardare un film”. Il corso propone un excursus dal linguaggio classico alla contemplazione mistica, dalla commedia alla fantascienza, focalizzandosi su film che adottano lo sguardo di una donna. Tassi, che è ormai un ospite assiduo del Rosebud, ci ha svelato qualcosa di più.

Di cosa tratterà il corso?

«Dell’arte di guardare un film. Come dico sempre, tutti guardano tutto ma pochi sanno davvero guardare: bisogna allenare lo sguardo alla tecnica e al linguaggio cinematografico. In due direzioni: da un lato, verso la consapevolezza critica, dall’altro, nel piacere estatico. Così, come esiste un cinema buono e uno cattivo, esistono buoni e cattivi spettatori».

Qual è il buon spettatore?

«Il bello del cinema è nella varietà degli approcci: ogni sguardo è un modo di stare al mondo. Il buon cinema ti insegna a uscire dalla tua logica e dai pregiudizi, e lo spettatore deve essere in grado di farlo. Bisogna avere la pazienza di guardare anche ciò che non ci appartiene: è l’esperienza cinematografica più bella».

Parleremo di donne?

«Non è un corso sulla rappresentazione delle donne al cinema o sul cinema visto dal punto di vista di una donna, ma un approfondimento su film in cui le donne sono protagoniste e il loro sguardo permette di andare oltre la superficie delle cose, oltre la logica lineare».

Che film vedremo, nello specifico?

«Partiremo dal cinema classico per poi spaziare da un’epoca all’altra. Attraverseremo il cinema del piano-sequenza e del metalinguaggio cinematografico, ma anche quello mistico-contemplativo in cui il regista cerca il congiungimento estatico con lo spettatore: Dreyer, Malick, Kechiche…

Quali saranno le donne protagoniste?

«Dalla Mary di “Donne” di Cukor, del 1939, alla Vicky di “Millennium Mambo” di Hsiao-hsien del 2001. Da “A qualcuno piace caldo”, con gli indimenticabili Tony Curtis e Jack Lemmon travestiti, alla Mia di “La La Land”. Pensiamo al ruolo di Amy Adams in “Arrival”: Villeneuve non avrebbe potuto adottare un protagonista maschile, perché solo una donna è in grado di percepire la ciclicità della vita e rivivere l’attimo in modo esattamente identico».

Qual è lo scopo del corso?

«Lo stesso motivo per cui vado nelle scuole a parlare di cinema. Soprattutto alle medie, è straordinario cosa può venir fuori dal confronto con i ragazzi: guardiamo Spielberg, Orson Welles, analizzando inquadratura per inquadratura. E pian piano si accorgono di possedere un linguaggio cinematografico. La stessa cosa vale per gli adulti: chi sa già, viene per condividere il piacere di guardare un film, chi non sa, per imparare qualcosa di più».

Tra l’altro, questo non è il primo corso che tiene al Rosebud.


«Ho cominciato due anni fa e torno sempre con molto piacere: il Rosebud è un’isola felice, gestito bene, con un pubblico allenato. Me ne accorgo, in sala, quando guardo gli spettatori: hanno l’occhio illuminato. Bisognerebbe esportare questo modello anche altrove.
 

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