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Quei 24 secoli ad Alta Velocità meno uno, il 900

Reggio del passato ha una memoria prossima L’immagine, anche i tic e la fama, sono recenti

Reggio e la storia, la storia e Reggio. Propongo l’intervento che ieri ho proposto al convegno nella sala del Capitano del Popolo.


Più che concludere il convegno di ReggioStoria preferisco aprire un dibattito da portar fuori. Aprire, cominciando a mettere in discussione come sono, quante sono e a che cosa servono mattinate di studio come queste. Ma prima consentitemi un’analisi, da straniero, intruso cugino, guastafeste.

Approdando a Reggio – città pragmatica e laboriosa, post-ideologica e in deficit identitario – ho immediatamente intuito la sua predilezione tecnologica, economica contemporaneista.

Cioè, qui tutto parla del presente o – al massimo - del passato prossimo. Novecento.

La storia si raddensa e sosta nei pressi di tre vicende, tre pit stop, direbbero gli appassionati di automobilismo:

1.L’invenzione prampoliniana della cooperazione.

2.La Resistenza e la Liberazione.

3.Il dopoguerra inoltrato con la sua narrazione politico-sociale tutta reggiana.

Su tali vicende s’innerva più la reggianitudine (che è una qualità, uno stato d’animo) che la reggianità (che è un’ideologia retorica). Dunque una reggianitudine che attraversa e incrocia sempre e comunque l’inscindibile vicenda partitica, amministrativa, quella delle scelte e della galleria dei personaggi.

Cioè, Reggio sul Novecento costruisce tutti i suoi propri caratteri, le vocazioni, l’immagine, anche i tic e la fama.

Rari invece sono i pit stop che Reggio si permette di esibire e nutrire in quella porzioncella, in quella fettuccina, in quegli umani anni luce che separano il Novecento dal mondo a ritroso: etrusco-padano e ligure, la costruzione della via Emilia con la fondazione della città. Almeno ventiquattro secoli che passano sottogamba, veloci come un treno dell’alta velocità, meno uno: il Novecento.

Secoli reggiani, così rapidi e inesplorati che possono essere enumerati in due circostanze soltanto:

1. Matilde di Canossa in quanto Matilde fra il 1046 e il 1115.



2. L’adozione del Tricolore nel 1797.



In un certo modo Matilde rappresenta l’esordio e l’antipodo medievale dei nostri giorni, è il c’era una volta. Forse perché l’icona di Matilde pare comprendere unità, indipendenza e – aggiungo – identità. L’attuale fortuna della grancontessa infatti consente una sovrabbondante stratificazione di miti, falsi storici, immaginazioni. Sostiene un sentimento popolare, titola le rappresentazioni in costume, rappresenta una patrona laica e una storia presunta, addirittura un territorio reggiano caput mundi, stato sovrano fra il papato e l’impero. Reggio capitale… ma nel Medioevo. Qui sta il sottile, sottilissimo complesso d’inferiorità rispetto all’intorno.

Questa psicologia, questa voglia della centralità di Reggio è quindi perpetuata dalla festa del 7 gennaio, nazionale e patriottica, anche anti-secessionista. La solennità nazionale dell’adozione della bandiera italiana è in linea con le vocazioni di Reggio, sigillate da quell’altra definitiva e più recente puntata novecentesca della Resistenza e della Liberazione. Reggio è vessillifera, pre-capitale... dell’Italia unita e infine liberata.

Se davvero la storia maiuscola e minuscola di Reggio si raggruma nel Novecento, essa è inevitabilmente soggetta a una difficile analisi, a un’ardua critica, a un complesso esame.

Perché il tempo è troppo vicino, perché è in corso, oppure in piena evoluzione. Perché è il tempo nostro, indecifrabile e omologato. Oltre tutto qui a Reggio la storia del dopoguerra è un viluppo così sacrosanto e radicato che frequentemente risulta intoccabile, come fosse un riflesso condizionato, come fosse appartenuta a una militanza totale, a un credo condiviso che per decenni e decenni ha perpetuato e formato gente, intellettuali, dirigenze. Tabù.

Faccio due conti. Se i secoli precedenti soffrono di un gap identitario, il Novecento non consegna al Duemila un’appartenenza. O meglio una risposta alle domande: in che cosa ci riconosciamo? Chi siamo? Di quale percorso siamo l’esito?

Tra l’altro la città e i suoi riferimenti, i suoi obiettivi, hanno traiettorie infrastrutturali e economicistiche, per scelta preferenziale. Di conseguenza e per forza lo studio del tempo resta insoddisfatto, inespresso, non primario.

Ecco perché ho esordito affermando che più che chiudere il convegno è meglio aprire, cioè cominciare a mettere in discussione come sono, quante sono e a che cosa servono mattinate come queste.

Occasioni che bisognerebbe fare uscire dall’area degli appassionati, dei volenterosi resistenti, per creare occasioni di lezione pubblica, ampia e sistematica. L’impegno di ReggioStoria è perciò encomiabile.

Non sono pessimista, perché è evidente e premente un aspetto che sfugge. Imponente. Ogni qual volta si staglia un’occasione nella quale si parla, percorre, si rivisita e insegna la storia di Reggio, c’è folla. Un appetito di sapere e di essere che attende soddisfazione. Proprio su questa attesa “non c’è storia”.

s.scansani@gazzettadireggio.it. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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