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Luigi Braghiroli, il collezionista dei naïf

Una vita intera dedicata all’arte naïve. Una passione coltivata sotto traccia ma che, col tempo, è divenuta uno scrigno artistico-culturale prezioso. Luigi Braghiroli ha 4000 opere e un sogno: far conoscere gli "ingenui": «Ma Reggio Emilia mi snobba»

REGGIO EMILIA. Una vita intera dedicata all’arte naïve. Una passione coltivata sotto traccia ma che, col tempo, è divenuta uno scrigno artistico-culturale prezioso. Luigi Braghiroli – classe 1949, dipendente delle Poste in pensione che risiede a Reggio Emilia in un’autentica casa-museo – in ambito naïf è uno dei maggiori collezionisti, con circa 4mila opere che spaziano dagli artisti italiani a non pochi pittori stranieri. In queste stanze fra il magico e il fiabesco, piene zeppe di quadri, raccogliamo la storia della sua raccolta che non è solo sorprendente, ma anche ricca di tanta umanità.

«Da sempre – inizia a raccontare alla Gazzetta – quella che scorre nel mio sangue è la passione per l’arte naïve: è immediata, i quadri sono infatti ben leggibili ed esprimono tradizioni, mestieri, dialetti. Non ho studi specifici alle spalle, ma davanti a quei quadri ho la certezza di saperne assorbire i messaggi, l’ispirazione dell’artista. Non è poi mai mancata la mia ammirazione per Cesare Zavattini che ha fatto davvero tanto per i naïf, a partire dal Premio di Luzzara, divenuto da subito un appuntamento da non perdere per artisti ed appassionati».

GLI INIZI IN RIVA AL PO Spiega con trasporto che ha cominciato a respirare l’aria della Bassa sin da piccolo, in quanto a cavallo degli anni Sessanta e Settanta accompagnava lo zio Enrico Braghiroli a pescare in riva al Po, sulle sponde del cavo Fiuma, nei bugni e nelle lanche. Un’attrazione fatale per lui il territorio bagnato dal Grande Fiume: vi faceva il bagno, girava per i pioppeti, esplorava la golena. E frequentando la Bassa pian piano ne “respira” anche l’arte che proprio in quegli anni sta esplodendo, perché siamo nel pieno del boom dei pittori naïf.

«Nel 1971 lavoravo come postino a Campegine – ricorda con precisione il collezionista – ed è in quel periodo che ho cominciato timidamente ad acquistare qualche quadro naïf. Nel tempo libero mi muovevo da Reggio Emilia, in Vespa, con mia moglie Liliana Bartoli (che tuttora condivide con il marito la passione per l’arte “ingenua”, ndr) per poi percorrere le strade della Bassa reggiana, arrivando al massimo sino a Suzzara, nel Mantovano. Per me quella fascia di territorio è da sempre il cuore pulsante dell’arte naïve. A quell’epoca ero in condizioni economiche tali da non potermi permettere grandi spese, ma trovai un escamotage: cercavo gli artisti naïf meno conosciuti e di conseguenza con i quadri più abbordabili. Andandoli a scovare dove dipingevano, cioè a casa loro, spesso in campagna, a volte in vere e proprie catapecchie. Ma lo capivi subito se avevi davanti una persona che aveva bisogno di esprimersi ed era un vero artista. Comunque le situazioni sono state tante: chi, pur avendo delle capacità, non credeva in se stesso, oppure se contadino pensava più alla stalla che ai pennelli, ma ho conosciuto anche pittori modesti e neppure tanto convinti mentre dipingevano che sono poi scomparsi».

OPERE INTROVABILI Tutto ciò andrà avanti una decina d’anni, con una prima raccolta di circa 150 opere. Ma questo passare al setaccio i pittori, lontano dai nomi più conosciuti, ha impreziosito la collezione di Braghiroli che ora può vantare quadri praticamente introvabili, in quanto espressione di artisti ben presto spariti dalla scena per tanti motivi. «A partire dai primi anni Ottanta le cose però cambiano – prosegue Braghiroli – l’aspetto economico per me migliora, posso entrare in contatto con i grandi maestri, ma anche con critici d’arte e galleristi. La mia collezione decolla ed allarga gli orizzonti. Fra l’altro con l’esplosione di Internet vengo contattato da sempre nuovi artisti, italiani o stranieri, che chiedono di essere inseriti nella mia collezione che non ha un termine, perché qualche sorpresa spunta sempre anche se il mercato non è dei più facili, inoltre i quadri di certi autori naïf sono solo nei musei. Penso, ad esempio, a Henri Rousseau detto il Doganiere: un sogno avere un’opera di chi ha fatto la storia dell’arte».

Gli chiediamo qualche curiosità, un incontro particolare. «Non ricordo se negli anni Ottanta o Novanta – scava nella memoria – comunque avevo trovato degli spunti interessanti su un naïf e una domenica mattina andai alla sua ricerca. Trovai nel Mantovano la famiglia, gente semplice. In quella casa conobbi la moglie e la figlia che erano a dir poco contente ma anche commosse perché stavo cercando un quadro del loro congiunto pittore, purtroppo già deceduto. Indimenticabile anche la conoscenza di Bruno Rovesti. Un personaggio eclettico, molto convinto del suo talento, si propose come il più grande, sparando cifre incredibili per i suoi quadri. A tutt’oggi lo ritengo il numero uno italiano».

L’IDEA DEI “BOTTONI” Poi la storia nella storia. Che proprio non ti aspetti. È infatti unica al mondo la sua collezione di 450 “bottoni” (tondi in legno di 20 centimetri di diametro, su cui il pittore focalizza una sua opera) sia di naïf (la maggior parte) che di artisti contemporanei. Questi “bottoni” – che per tipologia richiamano alla mente la celebre raccolta di dipinti 8x10 centimetri di Cesare Zavattini – sono raggruppati in 75 collane, tutte in mostra a partire da fine mese a Gualtieri. «Com’è nata questa idea dei “bottoni”? Credo che ognuno di noi abbia un proprio destino – sottolinea – e le cose non nascono mai per caso. Una quindicina d’anni fa ero andato in una falegnameria di Reggio per delle cornici. Lì mi ritrovai fra le mani uno scarto di lavorazione di legno, perfettamente sferico, di 20 centimetri di diametro. Una folgorazione. Chiesi allora ad un amico pittore, Umberto Consolini di Suzzara, di trasformarlo in un dipinto. Ne uscì una bella opera. Poi quando sottoposi la stessa cosa a tre maestri come Giuliano Zoppi, Franco Mora e Brenno Benatti capii dai loro occhi esperti che si poteva creare una cosa unica nel suo genere. E da allora non mi sono più fermato: consegno di persona la base all’artista, o l’invio per posta, anche all’estero, e mi viene rispedita dipinta».

UN’ATTIVITÀ INCESSANTE Braghiroli collabora da anni con il pittore-collezionista Piero Pierini di Roma. Insieme organizzano mostre per portare l’arte naïve in giro per l’Italia. «A seconda delle situazioni, metto a disposizione opere della mia collezione, oppure inserisco quadri di amici pittori. E i riscontri di pubblico non mancano. Comunque non ho mai venduto un quadro, non sono certo un mercante». Ha fatto parte della giuria internazionale che per il Museo d’arte naïve di Magog (in Quebec, Canada) ha selezionato venti opere provenienti da tutto il mondo e partecipanti, nel 2014, al Grand Prix Revim. Scrive sui pittori naïf per cataloghi, libri e riviste specializzate. «Ho una concezione ben precisa dell’arte naïve e penso di essermi fatto il palato negli anni Settanta. Credo di saper cogliere la spontaneità nell’artista che dipinge di getto: cervello-cuore- mano-pennello. Pittori che sanno trasmetterti sulla tela situazioni, colori, gioia».

MA REGGIO LO SNOBBA Davanti al taccuino Braghiroli non nasconde però un’amarezza che porta da tempo nel cuore.

«A Reggio Emilia c’è poca attenzione per la pittura naïve – rimarca – e per l’espressione dell’arte popolare in genere, come possono essere anche i burattini di Sarzi o il presepe di Beltrami. Colleziono quadri naïf da cinquant’anni ma devo dire che purtroppo nella mia città non c’è considerazione per questa corrente artistica, non ho mai avuto la possibilità di far conoscere la mia collezione. Mentre girando per l’Italia riscontro un interesse notevole da parte di altre amministrazioni comunali. Anche nella Bassa reggiana gli amministratori sono più attenti, perché consapevoli che dietro all’arte naïve c’è la nostra storia, i nostri territori, i dialetti. Questa collezione – conclude – non può essere solo

mia, vorrei mostrarla a sempre più persone, a partire dai bambini che sono il nostro futuro: nei vivaci quadri dei naïf possono toccare con mano le tradizioni, da dove veniamo, per non dimenticare le nostre radici».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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