Quotidiani locali

Esposta a Senigallia la Sant’Agata del Correggio

L’attribuzione dopo l’ipotesi lanciata da Dario Fo. L’opera al centro di una mostra al Palazzetto Baviera

REGGIO EMILIA. Vedendo il leggero mantello che le avvolge il collo, il volto di grande bellezza, la capigliatura soffice e ordinata (tipica della metà degli anni ’20 del Cinquecento), Dario Fo si convinse che la Sant’Agata di Senigallia fosse opera di Antonio Allegri, detto il Correggio. Di più: secondo l’attore-Premio Nobel quei lineamenti delicati e armoniosi appartenevano a Jeronima, la giovanissima e bellissima sposa del Correggio.

Dal 2004, anno della formulazione – anche piuttosto “calorosa” – di questa ipotesi in tivù, la tavoletta è stata studiata e analizzata; e oggi la sua attribuzione allegriana è cosa certa. La Sant’Agata di Senigallia è il fulcro della mostra “Il Correggio ritrovato”, allestita al Palazzetto Baviera di Senigallia e visitabile dal 15 marzo al 2 settembre.

Questo piccolo – ma solo per le sue dimensioni – capolavoro dovrebbe essere arrivato a Senigallia alla fine dell’Ottocento, portato in dono da un gentiluomo inglese al celebre medico Angelo Zotti, luminare che gli salvò la vita. La Sant’Agata era stata probabilmente acquistata nel Settecento, come autografo del Correggio, da un viaggiatore inglese, e sono in corso ricerche per individuarne la collocazione in una delle collezioni private inglesi tra il XVIII e il XIX secolo. Anche la “Escursione Artistica per Sinigaglia” (1886) di Alfredo Margutti la attribuisce chiaramente al Correggio, consigliandone addirittura la visione nella casa della vedova del dottor Zotti. La tavola però non rimarrà lì a lungo: attraverso diverse vicende ereditarie, nel Novecento arriva in possesso di due nobili sorelle residenti a Fano. Ed è qui che, nel 2004, la vede Dario Fo, interpretando il volto della santa come un ritratto di Jeronima, moglie del Correggio.

Nella tavoletta (29 x 34 centimetri) la testa della santa catanese si volge alla nostra sinistra guardando il fulcro della sua tortura: le mammelle posate sul piattino baccellato quasi a conchiglia; poco lontano il breve virgulto di palma, segno certo del suo martirio cristiano. Un leggero mantello di panno le avvolge le spalle girando armonicamente sotto l’attacco del collo. Il volto è di grande bellezza, ripreso con trepido amore. Gli occhi e le labbra esprimono una forza interiore che difficilmente appartiene alla Terra: la santa, infatti, sta contemplando i segni del suo corpo martoriato prima della morte terrena e l’ascesa al cielo.

Una visione estremamente amorosa, di alito spirituale, la cui intensità palpitante diventa indimenticabile. Il ritratto di Sant’Agata è eseguito sopra una tavoletta di abete che nel corso dei secoli si è incurvata. Il Correggio l’ha dipinta sopra una piccola Crocifissione completa (con il Cristo in croce, la Madonna e San Giovanni Evangelista in piedi ai due lati, e la Maddalena al centro), realizzata in epoca precedente. Da qui la sicurezza che la tavoletta non derivi da un ritaglio di altra opera.

Rimangono ignote la committenza e la prima destinazione della Sant’Agata. Quel che è certo è che la realizzazione si colloca nella seconda metà degli anni venti del Cinquecento, quando il pittore, nel pieno della propria maturità artistica, pone mano ad alcuni soggetti religiosi di vibrante partecipazione come l’Adorazione degli Uffizi, lo Sposalizio mistico di Santa Caterina del Louvre, la Santa Caterina leggente

di Hampton Court, e ad altre visioni femminili nelle quali si ritrovano i caratteri fisiognomici della Sant’Agata. Si potrebbe dire che la tavoletta sia stata come una prima prova, il modello di un volto poi felicemente riprodotto in altri lavori importanti.


 

I COMMENTI DEI LETTORI


Lascia un commento

TrovaRistorante

a Reggio Emilia Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro