Quotidiani locali

In scena traumi e risate prima e dopo il parto

Isabella Cecchi e Francesca Censi stasera all’Altro Teatro

CADELBOSCO SOPRA. “Son tutte belle le mamme del mondo. Maternity blues” è il titolo dello spettacolo che verrà proposto stasera all’Altro Teatro di Cadelbosco Sopra, in occasione della festa della donna, alle 21.

Scritto e interpretato da Isabella Cecchi e Francesca Censi, con la regia di Emanuele Barresi, lo spettacolo è promosso dall’amministrazione comunale di Cadelbosco e Arci Reggio Emilia. Una delle due attrici protagoniste, Francesca Censi, ci ha raccontato che cosa porteranno in scena.

Di che cosa parla “Maternity blues”?

«È la storia di due donne molto diverse che si incontrano nella sala d’attesa di un ospedale. Una borghese e in carriera, l’altra sognante e figlia dei fiori, entrambe sono lì per un motivo: stanno aspettando i risultati del test di gravidanza. Finiranno per diventare amiche e vivere insieme l’esperienza della maternità. È questo, alla fine, il nostro scopo: ricordare alle donne l’importanza di stare insieme, di venirsi incontro, anche e soprattutto quando stanno per avere un figlio».

Come vi è venuta l’idea?

«Io e Isabella siamo amiche da anni. È successo che, a un certo punto della nostra vita, siamo diventate mamme, e ci siamo ritrovate a parlare di quella che è un’esperienza sconvolgente, meravigliosa e spaventosa allo stesso tempo: la maternità. Così abbiamo deciso di scrivere uno spettacolo che trattasse di un argomento a volte fin troppo trascurato, quasi un tabù. Diventare madre è una cosa bellissima, ma nessuno ti dice a cosa davvero stai andando incontro».

Ad esempio?

«Che la maternità è un momento di grande solitudine. Una volta la futura madre veniva supportata dalle altre donne della famiglia, nonne, zie… adesso invece viviamo in una società che ci lascia profondamente sole. Dobbiamo essere sempre sorridenti e performanti. Ma non è così che funziona: quando ti nasce un figlio ti trovi completamente spiazzata, e provi un senso di inadeguatezza profonda. È un modo per dire alle mamme di pretendere meno da se stesse, e che se non sono perfette, tutto sommato, va bene così. E che ogni tanto riderci su fa bene».

È uno spettacolo rivolto alle mamme?

«A tutti. Le più numerose tra il pubblico sono, ovviamente, le donne. Ma vengono anche tanti uomini. È anche a loro infatti che cerchiamo di strizzare l’occhio: spesso i padri sono tenuti in disparte. Si sentono tagliati fuori da un evento che invece andrebbe vissuto insieme, uno a fianco dell’altro, senza più maschere addosso. Per questo è necessario coinvolgere i nostri compagni, e guardare alle differenze di genere con occhio ironico».

Qual è il messaggio, in previsione dell’8 marzo?

«L’8 marzo dovrebbe essere tutti i giorni. Ora più che mai noi donne dobbiamo imparare a non lasciarci sole. Ecco perché abbiamo deciso di affrontare

temi importanti come la depressione e la fragilità femminile prima e dopo la nascita, guardandoli con più leggerezza: perché è importante non aver paura di chiedere aiuto, e reimparare ad essere amiche. Meno giudizi e più empatia. Noi donne dobbiamo imparare a fare squadra».

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